CAPITOLO 2
BRIVI
Ero
rimasta talmente turbata dalla possessione alieniana subìta nel bagno
di casa dei miei genitori, che poche settimane dopo, esattamente il 17
luglio 1994, per essere certa che nessuno mi scambiasse per un
maschio, mi misi su - contro il volere di tutti - un bel paio di
tette al silicone, dato che le mie naturali avevano deciso di
sporgere dalla gabbia toracica giusto quella manciata di micron,
troppo poco per una che era venuta su a Lupin III e Drive In.
La mia
crisi di rigetto universale aveva puntato me come bersaglio da
annientare, dunque non potevo che rifiutarmi in ogni mia forma,
soprattutto quella che non si era mai decisa a prenderne una e
quindi, per raggiungere lo scopo, il mio muro di silenzio si era
trasformato in un insopportabile muro del pianto. Fu così che per
sfinimento ottenni il sospirato consenso e relativo gruzzolo
minimilionario, cosa che consentì al chirurgo plastico di
trasformarmi in una donna alla seconda, ma più che nel senso della
potenza matematica, direi per la nuova taglia di reggiseno, che per mie
fantasie alla Tinì Cansino corrispondevano più o meno al gonfiore
del brufolo mestruale.
Meglio di niente, infatti scopro subito che
con le punte arrotondate non sono più costretta a subire i tanto
odiati sguardi in caduta libera su un petto che non dava appigli per
giustificare la mia inclusione nell'universo femminile. Ho sempre
detestato quel mix di stupore, compatimento e voglia di sfottere e
devo ammettere che per ben 17 anni di onorato servizio protesico ne
ho fatto volentieri a meno. Ma questa è un'altra storia, forse il
prossimo libro, che s'intitolerà "Il mio seno andata e
ritorno".
Mi dimentico presto sia di Giglio che del suo senile
autore perché nel frattempo, ingentilita e rassicurata dalle nuove
curve, decido di dedicarmi alla mia vocazione di sempre, il disegno.
Impedisco ai miei di bruciare i soldi per la seconda rata
universitaria e mi iscrivo agli esami di ammissione per il corso di
pittura a Brera. Senza in tasca una lira, senza amici e non potendo
prendere il sole, passo tutta l'estate in casa a studiare quei
duemila anni di storia dell'arte che a ragioneria non mi hanno
insegnato, così arrivo agli esami di settembre che sono carica come
una bomba atomica.
Le prove consistevano in: tema, 3 giorni di
disegno dal vero con la modella, 3 giorni di progettazione di uno
spazio e prova orale. Dopo un paio di settimane d'attesa per la
correzione degli elaborati, la segreteria appende i risultati nel
corridoio, di fianco all'aula nove. Nuoto nella ressa già
immaginandomi in quei corridoi mentre fumo la pipa di Dalì; alla
quarta gomitata in faccia decido di arrampicarmi sui dredd di un
rasta, emergo dalla folla e sgrano lo sguardo sul primo cognome in
ordine alfabetico.
Aglione Daniela Paola: RESPINTA.
Aglione Daniela Paola: RESPINTA.
Scendo dal
treccione pidocchioso e cerco inutilmente un grappolo di conforto tra
i tanti pusillanime che, come me, non sono stati ammessi, poi però
ci ripenso e li schifo via.
Respinta?
Ma stiamo dando i numeri?? Mi gonfio come Godzilla e schizzo a
cercare il Direttore dell'Accademia, tale Mario De Filippi. Busso
a testate alla porta della direzione, mi piazzo in mezzo alla stanza
a piedi larghi e chiedo al filippico di dimostrarmi comecazz'è
possibile che io non sia passata agli esami di ammissione. Lui veste
alla comunista fighetta anni settanta, cappellaccio e pantaloni di
velluto a coste marroni con gilerino di cachemire cremisi e cravatta
verdone, camicia bianca e giacca pendant coi pantaloni ma con la
chicca delle toppe ai gomiti - nonostante i quarantadue gradi di quel
settembre.
Il direttore dalla pipa in bocca (quella che volevo avere
io, perdio!) cerca tra le scartoffie, ecco le trova, inizia a
blaterare di un mio temino basico, ridicolo, spicciolo, scarnolo,
brontolo e anche un po' mammolo, per schifar subito dopo anche e
soprattutto la prova con la modella. Oddiiio, quei disegni così
cartooneschi e imprecisi, senza forma, senza accento, senza ritmo
esssenza tecnica alcunaaa! Avevo sentito bene? Senza tecnica alcuna??
Mi insinuo alle sue spalle e sorsv-sv-sv-sveggiando un buon chianti
gli rammento che ho fatto ragioneria e che quindi è buona cosa come
il suo fegato con un bel piatto di fave che il mio disegno dal vero
sia privo di tecnica! Alle fave aggiungo molte, moltissime rave,
tanto che sfinisco a parolate il malcapitato che, esangue, cambia
idea e mi ammette a frequentare il mio più grande sogno che si
avvera: Brera!
Rinnovo
tutto il guardaroba delle mie frequentazioni e tra le nuove
conoscenze arriva Dino Donatiello, l'amico a cui tutti avrebbero
diritto almeno un giorno nella vita. Dino lo ricordo soprattutto in
poche, elettrizzanti occasioni: quando si buttava a fare le flessioni
per smaltire il sovraccarico d'ispirazione, quando gorgheggiava De
André, quando mi leggeva le sue poesie e quella volta a Pisa, seduto
al bar mentre pendeva dalla (corta) sottana di Paola, una bellissima
ballerina di flamenco (io reggevo il moccolo).
Ho sempre adorato le
poesie di Dino perché hanno la grazia ipnotica del lupo che ti fissa
nel buio: sai che colpiranno duro, forse a morte, ma non vuoi fare a
meno di restare ancora un attimo under the spell. Su di me ebbero un
violento effetto ispiratore, un'immortale overdose di emozioni
convulse e condensate che però non sapevano ancora da che parte
uscire. Sfortunatamente non avevo, e non ho tutt'oggi, il controllo
della mia ispirazione: ero e sono alla mercé di 'sto vecchio che
s'impossessa ogni tanto delle mie mani e che allora era preso da ben
più ludiche attrazioni. Un esempio su tutti? Carlo Verdone!
Il
vegliardo si sganasciava letteralmente dalle risate soprattutto con
Bianco Rosso e Verdone, quando poi vedeva Furio, Magda e i figli
Anton Giulio a Antonmiricordo mi muoveva le mani come se stessi
strizzando due palle di gommapiuma! A questo aggiungo che l'arzilla
cariatide ha sempre mostrato tendenze alquanto sporcaccione, difatti
mi istigava a fare la guardona di ragazze in compagnia di Dino che,
divertitissimo, mi dava delle gran pacche sulle mie povere spalle
perennemente lussate, dato il confronto tra il suo metro e novantapassati contro il mio metro e cinquantadue.
Strano
ma vero, la combinazione poesie di Dino + Bianco rosso e Verdone +
maialità senile erano riuscite a riprodurre la stessa alchimia
alieniana di quella volta nel bagno dei miei, quando mia madre mi
aveva cecato il terzo occhio. Era un mercoledì pomeriggio di quelli
fatali, in bilico tra una settimana che non si decideva né a
cominciare davvero ma nemmeno a finire. A mezzogiorno ero già a casa
dall'accademia, non avevo voglia di andare in piscina come facevo di
solito a quell'ora. Con la bava nel cuore telefono a Dino, che aveva
appena finito il turno di notte al Galeazzi (allora faceva
l'infermiere), pregandolo di non abbandonarmi in quella mia
ributtante apatia.
Rinunciando a dormire passa a prendermi per andare
da lui. Per l'ennesima volta lo obbligo a leggermi le sue poesie, poi
finisce a terra a fare le solite flessioni, solo una quindicina
stavolta per colpa del debito di sonno, che pure gli fa steccare
Marinella. Mentre lo osservo piegarsi, dietro la sua nuca vedo il VHS
di Bianco rosso e Verdone. Mi fiondo sulla videocassetta lanciandola
nel videoregistratore, schiaccio play noncurante di Dino che si
rassegna con una coca, mi si siede accanto e tempo un minuto russa
come una sega circolare, sordo alle risate che mi faccio assieme a
nonno che era giusto arrivato alla scena delle valigie.
Finisce il
film e sveglio Dino, chiedendogli di portarmi a casa. Passiamo come
sempre da via Clerici, tra la sua Sesto San Giovanni e la mia Bresso,
dove vediamo le solite signorine che passeggiano tette al vento. Dino
e nonno fischiano un paio di oscenità, dandosi delle gran pacche che
a me però gonfiano la spalla sinistra. Arrivata sotto casa lo saluto
con un porcatroia che male alla spalla, comunque buonanotte e grazie.
Entro in casa e arriva la fitta alla bocca dello stomaco, nonno ha le
fregole, l'urgenza si fa impellente, cerco l'agenda in similpelle ma
non la trovo, nonno è passato alle doglie, apro tutti i cassetti
contemporaneamente, niente, mi rifugio nello sgabuzzino prima che
qualcuno mi veda con quella roba che mi esce dalla pancia e…
eccola! Sta sotto la stirella a fare da rialzino isolante. Torno in
cameretta, mi butto per terra a pancia in giù, il gomito sinistro
conficcato nel parquet a mò di perno, la mano bionica dotata
stavolta di penna stilografica (gusti del nonno, temo che un giorno o
l'altro sarà la volta del calamaio… mi taglio la mano piuttosto!)
per una maggior scioglievolezza del tratto e… VIA! Otto minuti,
sette secondi e due decimi, la mano sta per staccarsi dal dolore, c'è
puzza di bruciato o di zolfo, chi lo sa, e con una grafia démodé il
vecchio mi regala BRIVI (Bivi innestato con Brividi, dice lui), il
racconto con il quale nel 2001 avrei poi partecipato, vincendo il primo premio narrativa breve, al
concorso nazionale Terre d'Arance.
BRIVI
“Ed
io mi alzai all’alba
ai
primi chiarori
per
cavalcare la mia sedia a dondolo
rossa
fiammante decappottabile.
Ero
felice. Avevo tutta la giornata davanti.
Dietro,
la notte, un letto ancora caldo,
un
paio di scarpe. Un’abat-jour che
nessuno
si era preoccupato di spegnere.
Scaldava
maledettamente il letto,
le
scarpe e la parte della notte
che
confinava con la mia schiena."
(Dino Donatiello)
Rischiava
di bruciare tutto.”
..........
O
n de vor a c i titititititì (ma)...
Tititititì
(no) o nde tititititì ru mo re
De
l le o nde tititititì vo r a a aa
Sveglio
stavo sognando non ricordo
La
sveglia è l’alba maledizione
Sono
ancora stanco e ho fame
fame
Perchè
alzarmi se no ho voglia
Chi
fa fatica a svegliarsi è perchè sa sa di non avere
niente di bello
Niente
di bello
Niente
Da
fare .... come me... ...me niente di bello.. niente
niente che bello!
C’è
la lampada accesa come scalda, lalampada, scalda
Niente
di bello niente che bello, niente bello, lalampada
Niente niente
niente...
“ ‘NGIORNO,
AMORE”
visto
che giornatina amore con la pioggia e la voglia che ho di
lavorare
niente
di bello niente
bello,
tornerei a letto
“ME
NE TORNEREI A LETTO, OGGI”
cosa
cosa cosa cosacosa cosa?????
L’ultimissima
cosa che farei oggi è scoparti caracara
Al
mattino poi al mattino con quelle occhiaie, l’alito. E
la pelle cadente e poi poi
Sei
sempre solo tu
sempre
solo tu sempre tu tu
sempre
sempre sempre solo tu
“MAGARI,
amore. PIACEREBBE ANCHE A ME, MA POI CI VAI TU DAL MIO CAPO A
SPIEGARGLI CHE SONO ARRIVATO TARDI
sono
arrivato tardi troppo tardi
A
LAVORO Perchè AVEVO voglia
Bugiardo
DI
FARE L’AMORE CON LA MIA BELLA
Bella?
Bella? No, mia cara, non più, non tu non più tu
SIGNORA?”
“E
il tuo specchio è
l’unica
verità
che
conosci?
Ma
allora che cazzo ti ridi?”
(Dino Donatiello)
Guarda
che traffico ogni mattino uguale
Uguale
uguale uguale uguale ugu ale
Prima
seconda , già. Frenano.
Rosso.
Pensare,
continuare ad esistere continuare
A
provarci (gusto) (giusto) giusto, giusto. Il cervello è
incastonato (‘ncastronato, forse)
di
pietre opache
una
corona falsa toni spenti. Gira attorno un centro di
gravità irraggiungibile.
Che
importa (no?) meglio indossare il completo grigio bigio stile
apatia e rimirare di fronte allo specchio le finiture perfette e la
straordinaria vestibilità del capo (il capo)(mò arrivo tardi) fatto
su misura. Tanto il giorno dopo ci si sveglia ugualmente, pronti ad
annegare nel caffelatte e scostare la nausea con un gesto abituale e
noncurante.
solo un ricciolo di polvere sul gilet. Ci si ravviva un
po’ i capelli con un colpetto di spazzola senza neanche più far
caso al grumetto di cervello che ci resta attaccato
ne
resta sempre meno
fino
a quando la quantità rimasta sulla testa non è più capace di
ragionare sulla quantità rimossa come forfora
Ho
lasciato la lampada accesa.
Le
spazzole sono arnesi intelligenti e forse la lampada l’avrà spenta
Magda.
Verde.
“Non
riuscivo
a
dimenticarmi che c’era. Sudavo.
Cominciai
a cavalcare più forte,
con
frenesia. Con impegno.
Accidenti,
mi sembrava ad ogni
Oscillazione
di spostarmi sempre di più
Verso
la luce rovente.”
(Dino Donatiello)
Guarda
quella Rossa. Bel viso, mi sta rivolgendo, bel viso un viso
sobrio da donna in carriera su quell’auto fiammante color
sicurezza. Chissà la sua vita il suo lavoro e l’uomo
che la fa urlare in un letto. Desideri. Magari la picchia.
Magari la picchia e al lei piace, magari Mag dari Magda tu fo
g si così. Mag da ri. Magda. Mag da ri è lei a
picchiarlo.
Strano,
guardare, guardare in faccia un altro e pensare alla sua vita, alla
sua vitina di vespa alla vita che scorre sulla sua pelle. Sulla
sua. Quante parole si potrebbero scambiare, quante cose, magari tu
sei lì che lei ti è vicina e Mag da ri domani ti capita in ufficio,
al bar, nel letto dei Mag da ri. Eeeh! Mag da ri davvero.
E Mag da
ri ci siamo incrociati al semaforo vent’anni fa, quando la Rossa
usciva da scuola, con le bretelline rosse e la cartella di Barbi e io
che Mag da ri passavo in motorino e la schivavo (la schifavo) di due
centimetri.
Se immaginavo laRossa cresciutella come adesso, Mag da ri
le compravo il gelato o Mag da ri uscivo già con Magda e ho
incrociato la Rossa bambina che usciva da danza...
barattare
un po’ di simpatia chissà Mag da ri le sto pure
simpatico, adesso
finalmente
mi guarda negli occhi
guarda
guardami, guardala.
Mi
guarda cosa penserà di me un povero vecchio
che sono
vecchio, un povero vecchietto che va al lavoro senza disdegnare una
palpatina d’occhi vorace a qualche bella figliola.......
No!
Sorride! Sorride, sorride, gentile, gentile, grazie
bella brava figliola figlioletta fighetta
Magari
ci sta
Mag da
ri è bella, giovane, fresca, Magda. Eh! Magda perdio, Mag da
ri ci sta! Magda, Magda
Sempre
Magda sempre lei sempre lei sempre lei Magda, finché morte non ci separi. Ma non siamo già morti, noi due tra noi
due?
Non siamo già due amanti sepolti sotto una coltre di paranoica
apatia, Magda?
Cristo univoco binario
Lei,
ma Lei, non tu, lei. Bella Rossa Giovane Sicura. Corpo, Pelle,
Seno Giovane Giovane polposo profumato, profumo di sesso, profumo e
sesso, profumo esse esse o, esse o esse. Essere o non essere?
Le mie
mani su di lei su Lei che sorride dall’auto Rossa Fiammante
color sicurezza perchè sei bella, bella e io ti tocco dio, io ti
tocco, dio se ti tocco, tocco con le mani di Magda
Ho l sc
a to l l amp da cc sa.
con le
mani di un vecchio, un vecchio che sbava sul seno giovane del proprio
desiderio vecchio, vecchio sciocco che ormai fa all’amore con
l’amore, amore e affetto, amore affetto, malato, affetto Magda.
Ci
si stufa anche di amare, amore, Amore che si trasforma affetto
infetto nel migliore dei casi a meno che diventi qualcosa
di peggio peggio come amare Magda, odio nausea apatia
sfruttamento?
sfruttamento,
Magda, opportuna casalinga Magdina antica
antico
amore a mor te o finché morte non ci separi, finché una Rossa
dall’auto fiammante color sicurezza non ci separo, amore mio.
Magda
Magda
Ho las
ato l lam da a ces
Cristo
frenafrena frena frena! Stronzo! Col giallo si passa
Si
corre, si urla! Al lavoro! Al lavoro! Al lavoro!
............
On.
Ronzio (il solito) Bip.
“BIP”
Win,
invio.
Attendere
prego. Attendere, prego. Attendere, stronzo!
“io
sto qui, i piedi bagnati dallo Stige
a
traghettare anime in controluce
io che
l’anima l’ho persa
a
cercare le parole”
(Dino Donatiello)
Parole,
parole che si mordono al coda e bagliori davanti agli occhi. Grappoli
di sangue come spugne. Vado alla deriva delle mie stesse meditazioni
senza raccogliere nulla a grappoli, freddo freddo e
solitudine solo a che indirizzo spedire il cuore,
decifrato (defecato) in lettere, non so che pensare e a che serva,
poi, scavare nella sabbia e buttarsela a manciate in gola. Capire,
capire capire fa male male dolore buio
sofferenza, nausea, sconforto solitudine in ginocchio. Sono
in ginocchio davanti alla vita stessa ma non voglio sentirmi
supplicare supplicarla vita a vita avvita.
Che
cazzo sei e che cosa mi succede, poi.
H l
to l am d a a.
percorso
centinaia di anni luce allontanandomi dalle intenzioni, da quello che
volevo fare, da quello che avrei voluto fare, da quello che avrei
veramente voluto fare, buttando il tempo, perdendo tempo perdere e dissolvere ogni cosa per restituirla alle origini, origini di che,
dio, dio, dio, balle! Tempo addio addio caro dio ti ho dato il mio
io, ringraziami dio io io io rimbalza il pensiero instabile abile
abile abile abile. Strana lingua l’italiano, lingua l l
l lin gua lin gua ca sa lin ga lin gua ca sa lin gua
Magda
La Rossa
sull’auto fiammante color sicurezza e lin gua lun gua
lin gua lun gua ca sa lin gua dalla lin gua lun gua lungua
Magda,
Magda se sapessi, se sapessi, se vedessi, se avessi visto
l’altra casa lin gua e il tuo maritino, martirino, deliziosino,
delicatino, bavosino bavosino che guarda le belle fighettine
Rosse che guidano macchinine fiammantine e che pensa alle tettine da
toccare, ine ine ineee
H
la to a mp d cc s
Ho
la to la mpad cce sa
Ho
las to la ampa a acces
Ho
lasciato la lampada accesa!
Ho
lasciato la lampada accesa!
Ho
lasciato la lampada accesa!!!
Cristo santo,
ho lasciato la lampada accesa!
Brucia tutto la casa i
soldi i risparmi i sacrifici i sacrifici di una vita di Magda, di una
vita con Magda! Ho lasciato la lampada accesa e brucia tutto, Magda,
Magda
“MAGDA!”
telefonare
Magda ufficio
2
cinque sette nove 77 otto
rispondi
Magda
“MAGDA?
Amore, SEI TU?
SI’,
SI’, ANCH’IO, TANTO.......SENTI STAVO GIUSTO PENSANDO DI
CHIEDERTI
Non è che mi lasci fare una scopatina con la Rossa, sai, Lei non è Magda
“ SE
MICA PER CASO HAI SPENTO TU LA LAMPADA CHE HO DIMENTICATO ACCESA SUL
MIO COMODINO.....”
“AH!
NON RICORDI
i
ricordi, i ricordi .....
ma come
fai a non ricordare vecchia frigida se sono passate solo tre ore?
La
Rossa se lo sarebbe ricordato,
la Rossa se lo ricorderebbe,
la Rossa
l’avrebbe spenta la mia lampada,
la Rossa l’avrebbe spenta con la
fica, cara la mia Magda, la Rossa ossa ossa
“SI’,
SI’ CI SONO amore
per la
Rossa, perla Rossa
......
VADO A CASA A CONTROLLARE, NON SI SA MAI.....SI’, SI, CIAO. TI
CHIAMO DOPO”
ti
chiamo, ti chiamo, si che ti amo, chi è che amo, si che ti chiamo,
che ti che a mo, che ti c...
che anni
di emozionante vita coniugale, Magda, passata a pagare le rate del
mutuo, della casa, cara Magdina bella, e Mag da ri hai lasciato che
vada tutto arrosto per colpa della lampada accesa
“SI’,
PRIMA CHE BRUCI QUALCOSA. CERTO. ANCHE IO
perla
Rossa nella conchiglia fiammante
“ ....
AMORE: CIAO!”
ho
dimenticato la lampada accesa!
Girare
chiavi, prima, seconda terza che
taglia porterà? La terza o la quarta?
Ma che
mi succede, cosa c’è nella mia testa e cosa c’è nella testa
della gente?
Stanco.
Stanco di tutto il lavoro Magda, la
Perla Rossa casa, ho
lasciato la lampada accesa
e anni, anni buttati nel cesso, qualcuno sta tirando l’acqua e
ho una gran paura di annegare nella mia stessa merda.
Scelte
sbagliate, scelte obbligate, pensieri troppo generici alla deriva
totale e ho lasciato la lampada accesa, la lampada
La vita
si aggrappa ad un pensiero qualsiasi nel tentativo di restare a
galla. Il pensiero sarà quello giusto, quello che ti porta sulla
strada felice della Perla Rossa, o sulla strada della vecchia Magda,
con tutti quei bei fiorellini e la famiglia del Mulino Bianco, no no
no il pensiero sarà quello che ti caccia in mano un’accetta da
piantare in mezzo alla fronte di Magda, perchè Magda è sempre Magda
e non è la Perla Rossa.
Ho
lasciato al lampada accesa, la lampada accesa. E devo spegnerla, devo
assolutamente spegnerla, va spenta s penta, cinque
devo spegnere la lampada cinque volte, così Magda si trasforma nella
Perla Rossa e non sarà più Magda. Più.
.......
Girare
le chiavi, nel solito corridoio, l’unico posto in cui si può
camminare a passo sicuro nonostante il buio è la propria casa
a cui ti abitui e ogni angolo segreto diventa oscura certezza,
certezza tascabile, fino ad odiarlo nello stesso tempo non puoi farne
a meno. Le pareti domestiche calzano la tappezzeria che hai disegnato
(disdegnato) anche tu. Gli artefici della commedia chiamata
esistenza, ingaggiati dal destino, pescati nel mucchio da una mano
ossuta dagli occhi bendati, dall’olfatto fine. Persino la polvere
può offendere il passato fino a diventarne complice, testimone.
E
adesso allarghi le braccia
a ciò che capita.
Impari la formula del
chissenefrega
e infili in valigia i panni di un’intera esistenza.
Aspetti, aspetti, aspetti e riempi.
Abiti nuovi grandi vecchi
colorati stretti sporchi stirati. Fino a quando ti
recapitano una busta bianca con dentro un biglietto. Destinazione
inferno o paradiso lo scoprirai poi, intanto chiudi la valigia con la
solita amarezza segreta di chi sta per partire (patire), guardi la
porta che non potrà più aprirsi (ma non era quella che tanto
odiavi?), e con al valigia in mano la sfiori per l’ultima volta in
segno di saluto, ciao ciao, che poi è un addio dio
sempre tu nella testa, come un tumore ignobile,
come il dubbio
bruciante che tu stesso hai regalato. Gentile, gentile, come solo un
dio può. Ma da dove sono partito. Dal corridoio
per finire a dio, o da dio forse.
“ACCESA!”
Lo
sapevo, e guarda che luce che fa, come ha scaldato attorno, ed è
rimasta sola, qui, indisturbata a illuminare una stanza vuota (della
stronza vuota) a scaldare oggetti inanimati, inanimali, con un
gesto semplice, buono, caparbio, inutile.
Chissà cosa ha creduto
pensato di fare col suo gesto, l’unico di cui è capace.
Sicuramente non pensava alla Perla Rossa, forse non la vedrà mai
perchè anche lei ha potuto soltanto veder Magda, sempre e solo
Magda, poveretta, sempre sempre, sempre e solo Magda, finché morte
non vi separi.
Stanza
vuota, armadio , commode, letto comodini tappetini, sette bicchierini
sette forchettine sette piattini sette te, sette tette e Biancaneve
Rossa su un’auto fiammante color sicurezza.
Brontolo
Mammolo Pisolo Eolo
Rantolo
Incubo
Morte,
timida,
non fare sempre la timida, in coda, paziente, cinica, fredda. Con
calma aspetta per incrociarti da lontano, magari a un semaforo Rosso,
su un’auto fiammante color sicurezza, ma lontano, per non
lasciarsi contaminare dalla vita dalla vita di cui si è
irrimediabilmente portatori sani condannati probabilmente
a non ammalarsene mai, sentirla soltanto.
Soltanto perchè la porti a spasso nel sangue. Su e giù, lungo
giorni stanchi di prendersi per mano.
Vuoto.
Illuminato
dalla lampada
Che ho
dimenticato accesa.
