sabato 11 ottobre 2014

Brivi - CAPITOLO 2

CAPITOLO 2 

BRIVI





Ero rimasta talmente turbata dalla possessione alieniana subìta nel bagno di casa dei miei genitori, che poche settimane dopo, esattamente il 17 luglio 1994, per essere certa che nessuno mi scambiasse per un maschio, mi misi su - contro il volere di tutti - un bel paio di tette al silicone, dato che le mie naturali avevano deciso di sporgere dalla gabbia toracica giusto quella manciata di micron, troppo poco per una che era venuta su a Lupin III e Drive In.

La mia crisi di rigetto universale aveva puntato me come bersaglio da annientare, dunque non potevo che rifiutarmi in ogni mia forma, soprattutto quella che non si era mai decisa a prenderne una e quindi, per raggiungere lo scopo, il mio muro di silenzio si era trasformato in un insopportabile muro del pianto. Fu così che per sfinimento ottenni il sospirato consenso e relativo gruzzolo minimilionario, cosa che consentì al chirurgo plastico di trasformarmi in una donna alla seconda, ma più che nel senso della potenza matematica, direi per la nuova taglia di reggiseno, che per mie fantasie alla Tinì Cansino corrispondevano più o meno al gonfiore del brufolo mestruale

Meglio di niente, infatti scopro subito che con le punte arrotondate non sono più costretta a subire i tanto odiati sguardi in caduta libera su un petto che non dava appigli per giustificare la mia inclusione nell'universo femminile. Ho sempre detestato quel mix di stupore, compatimento e voglia di sfottere e devo ammettere che per ben 17 anni di onorato servizio protesico ne ho fatto volentieri a meno. Ma questa è un'altra storia, forse il prossimo libro, che s'intitolerà "Il mio seno andata e ritorno".

Mi dimentico presto sia di Giglio che del suo senile autore perché nel frattempo, ingentilita e rassicurata dalle nuove curve, decido di dedicarmi alla mia vocazione di sempre, il disegno. Impedisco ai miei di bruciare i soldi per la seconda rata universitaria e mi iscrivo agli esami di ammissione per il corso di pittura a Brera. Senza in tasca una lira, senza amici e non potendo prendere il sole, passo tutta l'estate in casa a studiare quei duemila anni di storia dell'arte che a ragioneria non mi hanno insegnato, così arrivo agli esami di settembre che sono carica come una bomba atomica.

Le prove consistevano in: tema, 3 giorni di disegno dal vero con la modella, 3 giorni di progettazione di uno spazio e prova orale. Dopo un paio di settimane d'attesa per la correzione degli elaborati, la segreteria appende i risultati nel corridoio, di fianco all'aula nove. Nuoto nella ressa già immaginandomi in quei corridoi mentre fumo la pipa di Dalì; alla quarta gomitata in faccia decido di arrampicarmi sui dredd di un rasta, emergo dalla folla e sgrano lo sguardo sul primo cognome in ordine alfabetico.
Aglione Daniela Paola: RESPINTA.

Scendo dal treccione pidocchioso e cerco inutilmente un grappolo di conforto tra i tanti pusillanime che, come me, non sono stati ammessi, poi però ci ripenso e li schifo via.

Respinta? Ma stiamo dando i numeri?? Mi gonfio come Godzilla e schizzo a cercare il Direttore dell'Accademia, tale Mario De Filippi. Busso a testate alla porta della direzione, mi piazzo in mezzo alla stanza a piedi larghi e chiedo al filippico di dimostrarmi comecazz'è possibile che io non sia passata agli esami di ammissione. Lui veste alla comunista fighetta anni settanta, cappellaccio e pantaloni di velluto a coste marroni con gilerino di cachemire cremisi e cravatta verdone, camicia bianca e giacca pendant coi pantaloni ma con la chicca delle toppe ai gomiti - nonostante i quarantadue gradi di quel settembre.

Il direttore dalla pipa in bocca (quella che volevo avere io, perdio!) cerca tra le scartoffie, ecco le trova, inizia a blaterare di un mio temino basico, ridicolo, spicciolo, scarnolo, brontolo e anche un po' mammolo, per schifar subito dopo anche e soprattutto la prova con la modella. Oddiiio, quei disegni così cartooneschi e imprecisi, senza forma, senza accento, senza ritmo esssenza tecnica alcunaaa! Avevo sentito bene? Senza tecnica alcuna?? Mi insinuo alle sue spalle e sorsv-sv-sv-sveggiando un buon chianti gli rammento che ho fatto ragioneria e che quindi è buona cosa come il suo fegato con un bel piatto di fave che il mio disegno dal vero sia privo di tecnica! Alle fave aggiungo molte, moltissime rave, tanto che sfinisco a parolate il malcapitato che, esangue, cambia idea e mi ammette a frequentare il mio più grande sogno che si avvera: Brera!



Rinnovo tutto il guardaroba delle mie frequentazioni e tra le nuove conoscenze arriva Dino Donatiello, l'amico a cui tutti avrebbero diritto almeno un giorno nella vita. Dino lo ricordo soprattutto in poche, elettrizzanti occasioni: quando si buttava a fare le flessioni per smaltire il sovraccarico d'ispirazione, quando gorgheggiava De André, quando mi leggeva le sue poesie e quella volta a Pisa, seduto al bar mentre pendeva dalla (corta) sottana di Paola, una bellissima ballerina di flamenco (io reggevo il moccolo).

Ho sempre adorato le poesie di Dino perché hanno la grazia ipnotica del lupo che ti fissa nel buio: sai che colpiranno duro, forse a morte, ma non vuoi fare a meno di restare ancora un attimo under the spell. Su di me ebbero un violento effetto ispiratore, un'immortale overdose di emozioni convulse e condensate che però non sapevano ancora da che parte uscire. Sfortunatamente non avevo, e non ho tutt'oggi, il controllo della mia ispirazione: ero e sono alla mercé di 'sto vecchio che s'impossessa ogni tanto delle mie mani e che allora era preso da ben più ludiche attrazioni. Un esempio su tutti? Carlo Verdone!

Il vegliardo si sganasciava letteralmente dalle risate soprattutto con Bianco Rosso e Verdone, quando poi vedeva Furio, Magda e i figli Anton Giulio a Antonmiricordo mi muoveva le mani come se stessi strizzando due palle di gommapiuma! A questo aggiungo che l'arzilla cariatide ha sempre mostrato tendenze alquanto sporcaccione, difatti mi istigava a fare la guardona di ragazze in compagnia di Dino che, divertitissimo, mi dava delle gran pacche sulle mie povere spalle perennemente lussate, dato il confronto tra il suo metro e novantapassati contro il mio metro e cinquantadue.



Strano ma vero, la combinazione poesie di Dino + Bianco rosso e Verdone + maialità senile erano riuscite a riprodurre la stessa alchimia alieniana di quella volta nel bagno dei miei, quando mia madre mi aveva cecato il terzo occhio. Era un mercoledì pomeriggio di quelli fatali, in bilico tra una settimana che non si decideva né a cominciare davvero ma nemmeno a finire. A mezzogiorno ero già a casa dall'accademia, non avevo voglia di andare in piscina come facevo di solito a quell'ora. Con la bava nel cuore telefono a Dino, che aveva appena finito il turno di notte al Galeazzi (allora faceva l'infermiere), pregandolo di non abbandonarmi in quella mia ributtante apatia.

Rinunciando a dormire passa a prendermi per andare da lui. Per l'ennesima volta lo obbligo a leggermi le sue poesie, poi finisce a terra a fare le solite flessioni, solo una quindicina stavolta per colpa del debito di sonno, che pure gli fa steccare Marinella. Mentre lo osservo piegarsi, dietro la sua nuca vedo il VHS di Bianco rosso e Verdone. Mi fiondo sulla videocassetta lanciandola nel videoregistratore, schiaccio play noncurante di Dino che si rassegna con una coca, mi si siede accanto e tempo un minuto russa come una sega circolare, sordo alle risate che mi faccio assieme a nonno che era giusto arrivato alla scena delle valigie.

Finisce il film e sveglio Dino, chiedendogli di portarmi a casa. Passiamo come sempre da via Clerici, tra la sua Sesto San Giovanni e la mia Bresso, dove vediamo le solite signorine che passeggiano tette al vento. Dino e nonno fischiano un paio di oscenità, dandosi delle gran pacche che a me però gonfiano la spalla sinistra. Arrivata sotto casa lo saluto con un porcatroia che male alla spalla, comunque buonanotte e grazie.

Entro in casa e arriva la fitta alla bocca dello stomaco, nonno ha le fregole, l'urgenza si fa impellente, cerco l'agenda in similpelle ma non la trovo, nonno è passato alle doglie, apro tutti i cassetti contemporaneamente, niente, mi rifugio nello sgabuzzino prima che qualcuno mi veda con quella roba che mi esce dalla pancia e… eccola! Sta sotto la stirella a fare da rialzino isolante. Torno in cameretta, mi butto per terra a pancia in giù, il gomito sinistro conficcato nel parquet a mò di perno, la mano bionica dotata stavolta di penna stilografica (gusti del nonno, temo che un giorno o l'altro sarà la volta del calamaio… mi taglio la mano piuttosto!) per una maggior scioglievolezza del tratto e… VIA! Otto minuti, sette secondi e due decimi, la mano sta per staccarsi dal dolore, c'è puzza di bruciato o di zolfo, chi lo sa, e con una grafia démodé il vecchio mi regala BRIVI (Bivi innestato con Brividi, dice lui), il racconto con il quale nel 2001 avrei poi partecipato, vincendo il primo premio narrativa breve, al concorso nazionale Terre d'Arance.



BRIVI

Ed io mi alzai all’alba

ai primi chiarori

per cavalcare la mia sedia a dondolo

rossa fiammante decappottabile.

Ero felice. Avevo tutta la giornata davanti.

Dietro, la notte, un letto ancora caldo,

un paio di scarpe. Un’abat-jour che

nessuno si era preoccupato di spegnere.

Scaldava maledettamente il letto,

le scarpe e la parte della notte

che confinava con la mia schiena."
(Dino Donatiello)

Rischiava di bruciare tutto.”
..........
O n de vor a c         i titititititì (ma)...
Tititititì (no) o                 nde tititititì ru mo re
De l le o nde                 tititititì vo r a            a aa

Sveglio stavo sognando non ricordo
La sveglia           è l’alba                                maledizione
Sono ancora stanco e ho                       fame                                fame
Perchè alzarmi se no ho voglia
Chi fa fatica a svegliarsi è perchè sa   sa                         di non avere niente di bello
Niente di bello
Niente

Da fare .... come me... ...me      niente di bello.. niente     niente      che bello!
           C’è la lampada accesa come            scalda, lalampada, scalda
Niente di bello                                                     niente che bello, niente bello, lalampada
Niente                                                        niente                    niente...

“ ‘NGIORNO, AMORE”
visto che giornatina                         amore              con la pioggia e              la voglia che ho di lavorare
                                             niente di bello niente
                                                             bello, tornerei a letto

ME NE TORNEREI A LETTO, OGGI”



cosa cosa cosa                 cosacosa                                        cosa?????
L’ultimissima cosa che farei oggi è scoparti caracara
Al mattino poi al mattino                con quelle occhiaie, l’alito. E la pelle cadente e poi poi
                              Sei sempre solo tu
sempre                                                  solo tu sempre                                tu tu
                                                                            sempre sempre sempre solo tu
MAGARI, amore. PIACEREBBE ANCHE A ME, MA POI CI VAI TU DAL MIO CAPO A SPIEGARGLI CHE SONO ARRIVATO TARDI
                                                          sono arrivato tardi troppo tardi
A LAVORO Perchè AVEVO voglia
Bugiardo
DI FARE L’AMORE CON LA MIA BELLA
                           Bella?               Bella?             No, mia cara, non più, non tu non più tu
SIGNORA?”

E il tuo specchio è

l’unica verità

che conosci?

Ma allora che cazzo ti ridi?”
(Dino Donatiello)

Guarda che traffico ogni mattino         uguale
 Uguale                            uguale                                        uguale uguale               ugu ale
Prima seconda , già.                     Frenano.
Rosso.

Pensare, continuare ad esistere continuare
A provarci (gusto) (giusto) giusto, giusto.          Il cervello è incastonato (‘ncastronato, forse)
di pietre opache
una corona falsa           toni spenti.           Gira attorno un centro di gravità irraggiungibile.
Che importa (no?) meglio indossare                       il completo  grigio bigio stile apatia e rimirare di fronte allo specchio le finiture perfette e la straordinaria             vestibilità del capo (il capo)(mò arrivo tardi) fatto su misura.             Tanto il giorno dopo               ci si sveglia ugualmente, pronti                   ad annegare nel caffelatte e scostare la nausea con un gesto abituale e noncurante.

solo un ricciolo di polvere sul gilet. Ci si ravviva un po’ i capelli con un colpetto di spazzola senza neanche più far caso al grumetto di cervello che ci resta attaccato
                                                 ne resta sempre meno
fino a quando la quantità rimasta sulla          testa non è più capace di ragionare sulla quantità rimossa come forfora

Ho lasciato la lampada accesa.

Le spazzole sono arnesi intelligenti e         forse la lampada l’avrà spenta Magda.
Verde.

Non riuscivo

a dimenticarmi che c’era. Sudavo.

Cominciai a cavalcare più forte,

con frenesia. Con impegno.

Accidenti, mi sembrava ad ogni

Oscillazione di spostarmi sempre di più

Verso la luce rovente.”
(Dino Donatiello)

Guarda quella Rossa. Bel viso, mi sta rivolgendo,     bel viso un viso sobrio da donna in carriera su quell’auto fiammante                color sicurezza.                 Chissà la sua vita il suo lavoro e l’uomo            che la fa           urlare in un letto. Desideri.                       Magari la picchia. Magari la picchia e al lei piace, magari Mag dari Magda tu fo g si così. Mag da ri. Magda. Mag da ri è lei a picchiarlo.


Strano, guardare,                                 guardare in faccia un altro e pensare alla sua vita, alla sua vitina di vespa                  alla vita che scorre sulla sua pelle.              Sulla sua.              Quante parole si potrebbero scambiare,                      quante cose, magari tu sei lì che lei ti è vicina e                     Mag da ri domani ti capita in ufficio, al bar, nel letto dei Mag da ri. Eeeh! Mag da ri davvero. 


E Mag da ri ci siamo incrociati al semaforo                                   vent’anni fa, quando la Rossa usciva da scuola,                               con le bretelline rosse e la cartella di Barbi e io che Mag da ri passavo in motorino e la schivavo                 (la schifavo)                 di due centimetri. 

Se immaginavo laRossa cresciutella come adesso,          Mag da ri le compravo il gelato o Mag da ri uscivo già con Magda e ho incrociato la Rossa bambina che usciva da danza...

barattare un po’ di simpatia chissà Mag da ri le sto pure simpatico, adesso
finalmente mi guarda negli occhi

guarda guardami, guardala.


Mi guarda cosa penserà di me                                 un povero vecchio
che sono vecchio,                                un povero vecchietto che va al lavoro senza disdegnare una palpatina d’occhi vorace a qualche bella figliola.......

No! Sorride! Sorride, sorride, gentile, gentile, grazie bella brava figliola figlioletta fighetta
Magari ci sta

Mag da ri è bella, giovane, fresca, Magda.                                                   Eh! Magda perdio, Mag da ri ci sta! Magda, Magda
Sempre Magda                 sempre lei sempre lei sempre lei Magda,                  finché morte non ci separi. Ma non siamo già morti, noi due tra noi due? 

Non siamo già due amanti sepolti sotto una coltre di paranoica apatia, Magda?
                                               Cristo univoco binario


Lei, ma Lei, non tu, lei. Bella Rossa Giovane Sicura. Corpo, Pelle, Seno Giovane Giovane polposo profumato,                profumo di sesso,                     profumo e sesso,                 profumo esse esse o, esse o esse.                                                Essere o non essere?


Le mie mani su di lei su Lei che sorride dall’auto Rossa Fiammante color sicurezza perchè sei bella,                                              bella e io ti tocco dio, io ti tocco, dio se ti tocco, tocco con le mani di Magda
Ho l sc a to l l amp da cc sa.

con le mani di un vecchio, un vecchio che sbava sul seno giovane del proprio desiderio vecchio,                                vecchio sciocco che ormai fa all’amore con l’amore, amore e affetto, amore affetto, malato,                 affetto Magda. 

Ci si stufa anche di amare, amore,              Amore che si trasforma affetto infetto nel migliore dei casi a meno che diventi qualcosa di         peggio peggio                 come amare Magda, odio nausea apatia

sfruttamento?
sfruttamento,               Magda, opportuna      casalinga              Magdina antica
antico          amore                    a mor te o finché morte non ci separi,               finché una Rossa dall’auto                     fiammante color sicurezza non ci                     separo, amore mio.
                                Magda Magda
                                                       Ho las ato l lam da a ces
               Cristo frenafrena frena frena! Stronzo! Col giallo si passa
                                    Si corre, si urla! Al lavoro! Al lavoro! Al lavoro!

............

On. Ronzio (il solito) Bip.
BIP”
Win, invio.
Attendere prego. Attendere, prego. Attendere, stronzo!

io sto qui, i piedi bagnati dallo Stige

a traghettare anime in controluce

io che l’anima l’ho persa

a cercare le parole”
(Dino Donatiello)

Parole, parole che si mordono al coda                 e bagliori              davanti agli occhi.              Grappoli di sangue come spugne.                          Vado alla deriva delle mie stesse meditazioni                          senza raccogliere            nulla a grappoli,                                  freddo freddo                 e solitudine solo a che indirizzo spedire il cuore,              decifrato (defecato) in lettere, non so che pensare e a che serva, poi,                            scavare nella sabbia e buttarsela a manciate in gola.      Capire, capire capire fa male male dolore buio sofferenza,             nausea, sconforto solitudine in                              ginocchio.              Sono in ginocchio davanti alla vita stessa ma               non voglio sentirmi supplicare supplicarla vita a vita avvita.
Che cazzo sei                     e che cosa mi                     succede, poi.
H l to l am d a a.


percorso centinaia di anni luce                 allontanandomi dalle intenzioni,                                     da quello che volevo fare, da quello che avrei voluto fare,                                          da quello che avrei veramente voluto fare,                      buttando il tempo,              perdendo tempo perdere e                   dissolvere ogni cosa                           per restituirla alle origini, origini di che, dio, dio, dio, balle! Tempo            addio addio caro dio ti ho dato                il mio io, ringraziami                    dio io io io rimbalza il pensiero instabile abile    abile      abile     abile.                         Strana lingua l’italiano,                              lingua l l l lin gua lin gua ca sa lin ga                     lin gua ca sa lin gua


Magda


La Rossa sull’auto fiammante                  color sicurezza                e lin gua lun gua lin gua lun gua ca sa lin gua dalla lin gua lun gua lungua        Magda, 

Magda se sapessi, se sapessi, se vedessi, se avessi visto l’altra casa lin gua e il tuo maritino, martirino,            deliziosino, delicatino,                    bavosino bavosino che           guarda le belle fighettine Rosse che guidano macchinine fiammantine e che pensa alle tettine da toccare, ine ine ineee
H la to a mp d cc s
Ho la to la mpad cce sa
Ho las to la ampa a acces
Ho lasciato la lampada accesa!
Ho lasciato la lampada accesa!
Ho lasciato la lampada accesa!!! Cristo santo,
 ho lasciato la lampada accesa!

Brucia tutto la casa i soldi i risparmi i sacrifici                i sacrifici di una vita di Magda, di una vita con Magda! Ho lasciato la lampada accesa e brucia tutto, Magda, Magda
MAGDA!”
telefonare Magda ufficio
2 cinque sette nove 77 otto
rispondi Magda
MAGDA? Amore, SEI TU?
SI’, SI’, ANCH’IO, TANTO.......SENTI STAVO GIUSTO PENSANDO DI CHIEDERTI

Non è che mi lasci fare una scopatina con la Rossa, sai, Lei non è Magda

SE MICA PER CASO HAI SPENTO TU LA LAMPADA CHE HO DIMENTICATO ACCESA SUL MIO COMODINO.....”

AH! NON RICORDI
i ricordi, i ricordi .....
ma come fai a non ricordare vecchia frigida                 se sono passate solo tre ore?
La Rossa se lo sarebbe ricordato,
la Rossa se lo ricorderebbe,
la Rossa l’avrebbe spenta la mia lampada,
la Rossa l’avrebbe spenta con la fica, cara la mia Magda, la Rossa    ossa           ossa 

 
SI’, SI’ CI SONO amore
per la Rossa, perla Rossa
...... VADO A CASA A CONTROLLARE, NON SI SA MAI.....SI’, SI, CIAO. TI CHIAMO DOPO”
ti chiamo, ti chiamo, si che ti amo, chi è che amo,           si che ti chiamo,                che ti che a mo, che ti c...
che anni           di emozionante                               vita coniugale, Magda,                             passata a pagare le rate del mutuo, della casa, cara Magdina bella,                e Mag da ri hai lasciato che vada                          tutto arrosto per colpa della                  lampada accesa


SI’, PRIMA CHE BRUCI QUALCOSA. CERTO. ANCHE IO
perla Rossa nella conchiglia fiammante
.... AMORE: CIAO!”
ho dimenticato la lampada accesa!

Girare chiavi, prima, seconda terza che taglia porterà? La terza              o la quarta?

Ma che mi succede, cosa c’è nella mia testa e cosa c’è               nella testa della gente? 
Stanco.
 Stanco di tutto il lavoro Magda,              la Perla Rossa casa,            ho lasciato la lampada accesa e anni,            anni buttati nel cesso,                         qualcuno sta tirando l’acqua e ho una gran paura di annegare nella mia stessa merda

Scelte sbagliate, scelte obbligate, pensieri troppo                    generici                       alla deriva totale e ho lasciato la lampada accesa, la lampada
La vita si aggrappa ad un pensiero qualsiasi                   nel tentativo di restare a galla. Il pensiero                 sarà quello giusto,                     quello che ti porta                      sulla strada felice della Perla Rossa,                             o sulla strada della vecchia Magda,                       con tutti quei bei                      fiorellini e la famiglia del Mulino Bianco,               no no no                       il pensiero sarà quello che ti caccia in mano                     un’accetta da piantare                        in mezzo                               alla fronte di Magda,                                                             perchè Magda è sempre Magda e non è la Perla Rossa.
Ho lasciato    al lampada accesa,                    la lampada accesa.                                    E devo spegnerla,                              devo assolutamente                    spegnerla,                                                      va spenta s penta, cinque devo spegnere la lampada cinque volte,                                                      così Magda si trasforma nella Perla Rossa e                                   non sarà più Magda. Più.
.......
Girare le chiavi,             nel solito corridoio,                  l’unico posto in cui si può camminare a passo sicuro nonostante il buio è la propria casa a cui ti abitui e ogni angolo segreto diventa oscura certezza,                           certezza tascabile,                                       fino ad odiarlo nello stesso tempo                                non puoi farne a meno.                          Le pareti domestiche                   calzano la tappezzeria che hai                                            disegnato (disdegnato) anche tu.                         Gli artefici della                                commedia chiamata esistenza,                   ingaggiati dal destino,                           pescati nel mucchio                               da una mano ossuta dagli occhi bendati,                dall’olfatto fine. Persino la polvere                       può offendere il passato fino a diventarne complice,             testimone.                 

E adesso allarghi le braccia
a ciò che capita.
Impari la formula del chissenefrega

e infili in valigia i panni di un’intera esistenza.

Aspetti, aspetti, aspetti e riempi.

Abiti nuovi grandi vecchi               colorati                 stretti                 sporchi                    stirati.                            Fino a quando ti recapitano una busta bianca                    con dentro un biglietto.                     Destinazione inferno o paradiso lo scoprirai poi, intanto chiudi la valigia con la solita amarezza segreta di chi                               sta per partire (patire), guardi                                 la porta che non potrà più aprirsi                         (ma non era quella che tanto odiavi?), e con al valigia in mano la sfiori per l’ultima volta in segno di saluto,                                           ciao ciao, che poi è un addio dio sempre tu nella testa, come un tumore ignobile, 
come il dubbio bruciante che tu stesso hai regalato.                                                 Gentile, gentile, come solo un dio può.                                     Ma da dove sono partito. Dal corridoio per finire a dio, o da dio forse.

ACCESA!”
Lo sapevo, e guarda che luce che fa, come ha scaldato attorno, ed è rimasta sola, qui, indisturbata a illuminare una stanza vuota (della stronza vuota) a scaldare oggetti inanimati, inanimali, con un gesto semplice, buono, caparbio, inutile.

Chissà cosa ha              creduto pensato di fare                               col suo gesto, l’unico di cui è capace.                      Sicuramente non pensava alla                           Perla Rossa, forse non la vedrà mai                        perchè anche lei                           ha potuto soltanto veder Magda, sempre e solo Magda,                 poveretta,              sempre sempre, sempre e solo Magda,                              finché morte non vi separi.


Stanza vuota, armadio               , commode,                       letto comodini tappetini, sette bicchierini sette forchettine sette piattini               sette te, sette tette e Biancaneve Rossa su un’auto fiammante color sicurezza.
Brontolo Mammolo Pisolo Eolo
Rantolo
Incubo
Morte,
                            timida, non fare sempre                      la timida,             in coda, paziente,                  cinica, fredda.                                  Con calma aspetta per incrociarti da lontano, magari a un semaforo Rosso,                   su un’auto fiammante color sicurezza, ma lontano,                                     per non lasciarsi contaminare                       dalla vita dalla vita di cui si è irrimediabilmente portatori sani condannati                          probabilmente                                                            a non ammalarsene mai,                     sentirla soltanto. Soltanto perchè la porti a spasso nel sangue. Su e giù, lungo                                                      giorni stanchi di prendersi                              per mano.
Vuoto.
                                                          Illuminato dalla lampada
Che ho dimenticato accesa.

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