martedì 2 settembre 2014

Il Giglio - CAPITOLO 1



Questo è un libro, il mio primo libro.

E' rimasto nel casseto molti, moltissimi anni. I primi racconti risalgono addirittura al 1996 o forse prima, e questo tanto per sottolineare che entro di diritto nella categoria "Cariatidi", con tanto di ruga e capello bianco.

 Ho sempre immaginato di cercare un editore e mi sono vista firmare copie davanti a fan ululanti che si strappano ciocche a vicenda per una dedica, arricchendo le mie saccocce e godendo del piacere di essere letta.

Poi l'! settembre 2014, nel battito di un ciglio - la velocità media in cui prendo le più importanti decisioni - ho semplicemente sentito di invertire l'ordine delle mie priorità, cestinando il superfluo. Preferisco regalare ciò che ho scritto affinché possa essere letto e - semmai - gradito.

Soldi e Successo.... che vadano affanculo, per usare un francesismo tipico di noi scrittori scafati. Quelli sono soltanto i surrogati addizionali di un sogno sincero, che un modo di pensare malato si appiccica addosso, solo per darsi un tono di auto approvazione e supposta importanza, e il termine supposta è usato nella sua accezione mediciAnale.
Fatte le pulizie di primavera al comparto "SOGNI E AFFINI", resta il puro desiderio di essere letta e la speranza di far vibrare qualcuno fra voi.

Pubblicherò un capitolo al mese, tanto per esser certa di non annoiare nessuno e poi perché il Marketing vuole che si crei una certa aspettativa, un alone di mistero e di importanza.
Io di aloni sono molto avvezza, la mia lavatrice non ne cancella uno che sia uno, per cui mi sento di garantire il massimo successo!

Suddiviso in 7 capitoli, racconta sette storie racchiuse in una storia.
La storia nella storia è la mia vita, un poco romanzata. I personaggi in essa citati possono essere reali o inventati, non è dato sapere.

Grazie di cuore a tutti coloro che vorranno leggere, accetto commenti e critiche. I suggerimenti no, quelli non li ho mai sopportati. Se vuoi suggerire come dovrei fare qualcosa, falla tu. ^__^


I SEGRETI DEL NULLA

CAPITOLO 1
IL GIGLIO

Il Giglio, capitolo 1 - I segreti del nulla


Mezzogiorno di vuoto, il Milano C.le - Bresso rutta e sfiata spegnendo il motore al capolinea. Fuori dal finestrino, dietro i palazzoni della città dormitorio il cielo è blu asfissia - fa le prove generali per risultare credibile nei mesi a venire - stentando a sorpassare la cappa di smogghete smogghete chough! che ci caramella tutti come una leccata di bava infetta. 

Febbraio 1994, rientro funebre dopo aver tentato l'esame di economia uno alla facoltà di legge cui mi sono misteriosamente iscritta. Nonostante il doping di acutil fosforo sono a malapena riuscita a ricordare il nome. Scendo dall'autobus strisciando verso casa senza neppure badare di aver perso due fermate. Attraverso la Via Vittorio Veneto all'altezza della Standa quando i binari del trenino diapasuonano ai miei pensieri, rimando all'infinito quel che il mio io strillava da mesi, benché avessi fatto di tutto per ignorarlo: Cosa cazzo stai facendo?
 

Sciopero totale, mi areno tra un binario e l'altro. Il tram arriva proprio in quel momento, frenando a una dozzina di centimetri dalle mie rotule. Il conducente idrofobo ulula una sinfonia d'insulti mentre il treno, verme solidale, mi addita col suo tu- tuuuuuu. Ottenebrato dalla mia totale assenza di reazione fisica e morale il conducente scende per calciarmi sul marciapiede. Una volta traghettata sulla sponda dell'Inferno sfancùlio il dimonio urbano, reo di avermi sciacquata dallo Stige dei miei pensieri.
Dopo Caronte smetto di parlare. Definitivamente.


Mi trascino apatica ed afona per giorni e giorni tra gli inutili tentativi dei miei, verso i quali il rapporto si limitava alla soglia che precede la trasparenza. La mia faccia pareva quella di Dracula digiuno, non sapevo che farmene di me stessa, nulla mi dava il benché minimo stimolo o senso di appartenenza, per questo passavo giornate intere al parchetto sotto casa col mio cane, le chiappe termofuse all'altalena, pendolando con lo sguardo brioso dell'orata al sale. LaMayla si rotolava nell'erba mentre io sguazzavo nella corteccia cerebrale senza nemmeno un bracciolo di salvataggio.
 
La paranoia universale era alle porte, anzi, al porto, dove io approdai con la sfacciata felicità della turista appena sbarcata sull'isola che non c'è. Nella mia di isola, invece, c'era tutto il necessaire per cadere nelle smaliziate trappole del cervello: la casa dei genitori stregata, la ruota paranoiamica, la pesca sadica e, naturalmente, il calcinculo in versione dalli da te; insomma, il luna dark perfetto per sballare. Ed io sballai, Dio se sballai.




Quello strano giorno pioveva a dirotto ma rimasi al parco fino a quando mi ridussi zuppa e irrequieta come un savoiardo nel caffè, LaMayla stoicamente al fianco, fradicia fino al midollo. A quel punto fui disponibile a bussare al campanello di casa. Mia madre ci squadrò alquanto irritata, piantandoci a scolare sullo zerbino. Era andata a prendere una vecchia agenda, di quelle in vera finta pelle, di quelle che una volta ti regalava la banca, ne strappò vari fogli per tracciare un percorso uscio-bagno lungo il quale ci frustò con lingue di scottex, per anticipare eventuali gocce ribelli.



Una volta in bagno mi ringhia di lasciarlo pulito come mastro lindo insegna, ma prima di sbattere la porta lancia l'agenda sulla lavatrice e con tono sarcastico: "Dato che non parli più con nessuno, puoi pure scriverci sopra il tuo testamento perché se trovo anche solo una virgola fuori posto..." e se ne va lasciando la minaccia in sospeso. Manca la penna - penso per scherno - ma l'astuta madre apre la porta centrandomi la fronte con la punta di una bic mezza masticata. Ha beccato in pieno il terzo occhio, accecandolo, cosa che mi scatena uno stranissimo inferno nelle budella. Inizio a sentire come una specie di alien che si dibatte dalla pancia e mi trascina verso la lavatrice, mi costringe a prendere l'agenda, mi stacca la penna dalla fronte e mi strizza tra vasca e muro per scrivere seduta stante. Così, di getto, in automatico, senza potermi opporre. La difficoltà in principio è la mano troppo lenta, ma in pochi secondi l'impellenza del bisogno alieno la rende bionica.
 
Cinque minuti e quarantasette secondi netti, la carta fumante, LaMayla asciutta. E' nata una scrittrice, penso esterrefatta per quella cosa che ho-non ho appena fatto. Con un mezzo sorriso a fil di labbra, il primo di secoli, leggo tutte quelle righe scritte in una grafia sconosciuta e mi accorgo dell'intoppo. Chi diavolo è il vecchio che ha scritto 'sta roba qua? Mi guardo attorno circospetta per scovare il senile intruso. Non c'è nessuno, è impossibile, eppure… Un sospiro ec"Che sfiga" dico, "ho appena finito di scrivere il mio primo, stupendo racconto e che cazzo scopro?" - dico con la delicatezza che mi contraddistingueva in quegli anni "Che ho prestato la mano a un fantasma. Pure vecchio e pure maschio. Chi diavolo sei nonno scribacchino?"
 
Non ebbi risposta a quelle parole pronunciate dopo settimane di silenzio, ma sull'agenda c'erano quattro pagine fumanti parole. Erano vere.





ilGiGlio


   Un fragile raggio di notte scivola timido dalla finestra e mi consola cospargendomi di pulviscolo nero.


Penso a quante parole muoiono nella gola, soffocate dalla loro stessa esistenza vitale e mi privano della gioia un po' volgare di dare fiato ad ogni pensiero.




Così, non posso far altro che ricordare il giorno in cui strappai il giglio dalla terra per conservarlo sul comodino discreto, quando con stupore e sdegno mi accorsi che la mia acqua lo aveva fatto seccare, che il bianco arcano dei petali era sfiorito in un crudele pallore giallo. Ora vorrei tacere le maldicenze del cuore, lasciare a maggese le fiamme della nostalgia, ma il rimpianto di essere sopravvissuta al giglio svilisce la gioia del volto cui dovrò domandare di subire le invettive del tempo, registrare con precisione le incisioni della memoria a venire.



E salutare con rammarico cupo la consolazione che porta con sé il bagaglio di purezza che ho dovuto sacrificare in nome della conoscenza.
Quando avrei voluto stringere la beatitudine barocca degl’infiniti toni del bianco, mi avvolgono soltanto i veli gualciti del feretro che accompagno alla terra, per ricordarmi come si sporca l’anima nel decorarsi di lodo, fin quando non sarò sazia e la affiderò alle cure gentili della morte.


Ma non posso, non posso piangere il giglio soltanto per compiacermi delle perle liquide che avrei voluto posare sulla corolla, e guardare attraverso gli occhi di un simbolo le vicende e gli accadimenti che avrebbero inquinato la linfa fino a morirne.
Ho regalato al passato consunto una reliquia rugosa per decorare la lapide degli inutili giochi che non hanno commosso la gioventù, ma soltanto steso al vento le frange di deboli e superate sensazioni.

Ho lasciato cadere i rimpianti per un’esistenza fiorita di sterco e viole, per sacrificare la mente e le vene all’oppio della conoscenza, anche se sapevo che avrei potuto volare sopra ogni ragionevole pensiero per sprofondare poco dopo tra i relitti dimenticati di un dolore distillato per pochi.

Un sigillo appassito ha sindacato il volgere del tempo, offeso dalla mano che adesso non può restituirlo alla terra se non raschiando una fossa su misura.
Ma lo sguardo severo e beffardo accompagnerà ogni passo per ricordarmi il suo dolore, la vita sacrificata per un sogno geloso, un delitto profano ed insensato nel nome di un possesso ingiustificato, vendicatosi morendo a dispetto dell’amore.

Il rimorso più grande è il dono del suo fragile sorridermi tra le labbra della sofferenza, ora che capisco che mai più potrò aspirare al profumo speziato di divino, mai potrò specchiarmi alla corolla incontaminata perché sullo stelo della mia anima poggiano annuendo alla luna, cinque petali orribilmente neri.