Questo è un libro, il mio primo libro.
E' rimasto nel casseto molti, moltissimi anni. I primi racconti risalgono addirittura al 1996 o forse prima, e questo tanto per sottolineare che entro di diritto nella categoria "Cariatidi", con tanto di ruga e capello bianco.
Ho sempre immaginato di cercare un editore e mi sono vista firmare copie davanti a fan ululanti che si strappano ciocche a vicenda per una dedica, arricchendo le mie saccocce e godendo del piacere di essere letta.
Poi l'! settembre 2014, nel battito di un ciglio - la velocità media in cui prendo le più importanti decisioni - ho semplicemente sentito di invertire l'ordine delle mie priorità, cestinando il superfluo. Preferisco regalare ciò che ho scritto affinché possa essere letto e - semmai - gradito.
Soldi e Successo.... che vadano affanculo, per usare un francesismo tipico di noi scrittori scafati. Quelli sono soltanto i surrogati addizionali di un sogno sincero, che un modo di pensare malato si appiccica addosso, solo per darsi un tono di auto approvazione e supposta importanza, e il termine supposta è usato nella sua accezione mediciAnale.
Fatte le pulizie di primavera al comparto "SOGNI E AFFINI", resta il puro desiderio di essere letta e la speranza di far vibrare qualcuno fra voi.
Pubblicherò un capitolo al mese, tanto per esser certa di non annoiare nessuno e poi perché il Marketing vuole che si crei una certa aspettativa, un alone di mistero e di importanza.
Io di aloni sono molto avvezza, la mia lavatrice non ne cancella uno che sia uno, per cui mi sento di garantire il massimo successo!
Suddiviso in 7 capitoli, racconta sette storie racchiuse in una storia.
La storia nella storia è la mia vita, un poco romanzata. I personaggi in essa citati possono essere reali o inventati, non è dato sapere.
Grazie di cuore a tutti coloro che vorranno leggere, accetto commenti e critiche. I suggerimenti no, quelli non li ho mai sopportati. Se vuoi suggerire come dovrei fare qualcosa, falla tu. ^__^
I SEGRETI DEL NULLA
CAPITOLO 1
Mezzogiorno di vuoto, il Milano C.le - Bresso rutta e
sfiata spegnendo il motore al capolinea. Fuori dal finestrino, dietro i
palazzoni della città dormitorio il cielo è blu asfissia - fa le prove generali
per risultare credibile nei mesi a venire - stentando a sorpassare la cappa di
smogghete smogghete chough! che ci caramella tutti come una leccata di bava
infetta.
Febbraio 1994, rientro funebre dopo aver tentato l'esame di economia uno alla facoltà di legge cui mi sono misteriosamente iscritta. Nonostante il doping di acutil fosforo sono a malapena riuscita a ricordare il nome. Scendo dall'autobus strisciando verso casa senza neppure badare di aver perso due fermate. Attraverso la Via Vittorio Veneto all'altezza della Standa quando i binari del trenino diapasuonano ai miei pensieri, rimando all'infinito quel che il mio io strillava da mesi, benché avessi fatto di tutto per ignorarlo: Cosa cazzo stai facendo?
Febbraio 1994, rientro funebre dopo aver tentato l'esame di economia uno alla facoltà di legge cui mi sono misteriosamente iscritta. Nonostante il doping di acutil fosforo sono a malapena riuscita a ricordare il nome. Scendo dall'autobus strisciando verso casa senza neppure badare di aver perso due fermate. Attraverso la Via Vittorio Veneto all'altezza della Standa quando i binari del trenino diapasuonano ai miei pensieri, rimando all'infinito quel che il mio io strillava da mesi, benché avessi fatto di tutto per ignorarlo: Cosa cazzo stai facendo?
Sciopero totale, mi areno tra un binario e l'altro. Il
tram arriva proprio in quel momento, frenando a una dozzina di centimetri dalle
mie rotule. Il conducente idrofobo ulula una sinfonia d'insulti mentre il
treno, verme solidale, mi addita col suo tu- tuuuuuu. Ottenebrato dalla mia
totale assenza di reazione fisica e morale il conducente scende per calciarmi
sul marciapiede. Una volta traghettata sulla sponda dell'Inferno sfancùlio il
dimonio urbano, reo di avermi sciacquata dallo Stige dei miei pensieri.
Dopo
Caronte smetto di parlare. Definitivamente.
Mi trascino apatica ed afona per giorni e giorni tra gli
inutili tentativi dei miei, verso i quali il rapporto si limitava alla soglia
che precede la trasparenza. La mia faccia pareva quella di Dracula digiuno, non
sapevo che farmene di me stessa, nulla mi dava il benché minimo stimolo o senso
di appartenenza, per questo passavo giornate intere al parchetto sotto casa col
mio cane, le chiappe termofuse all'altalena, pendolando con lo sguardo brioso
dell'orata al sale. LaMayla si rotolava nell'erba mentre io sguazzavo nella
corteccia cerebrale senza nemmeno un bracciolo di salvataggio.
La paranoia
universale era alle porte, anzi, al porto, dove io approdai con la sfacciata
felicità della turista appena sbarcata sull'isola che non c'è. Nella mia di
isola, invece, c'era tutto il necessaire per cadere nelle smaliziate
trappole del cervello: la casa dei genitori stregata, la ruota paranoiamica, la
pesca sadica e, naturalmente, il calcinculo in versione dalli da te; insomma,
il luna dark perfetto per sballare. Ed io sballai, Dio se sballai.
Quello strano giorno pioveva a dirotto ma rimasi al
parco fino a quando mi ridussi zuppa e irrequieta come un savoiardo nel caffè,
LaMayla stoicamente al fianco, fradicia fino al midollo. A quel punto fui
disponibile a bussare al campanello di casa. Mia madre ci squadrò alquanto
irritata, piantandoci a scolare sullo zerbino. Era andata a prendere una
vecchia agenda, di quelle in vera finta pelle, di quelle che una volta ti regalava la
banca, ne strappò vari fogli per tracciare un percorso uscio-bagno lungo il
quale ci frustò con lingue di scottex, per anticipare eventuali gocce ribelli.
Una volta in bagno mi ringhia di lasciarlo pulito come
mastro lindo insegna, ma prima di sbattere la porta lancia l'agenda sulla
lavatrice e con tono sarcastico: "Dato che non parli più con nessuno, puoi
pure scriverci sopra il tuo testamento perché se trovo anche solo una virgola
fuori posto..." e se ne va lasciando la minaccia in sospeso. Manca la penna
- penso per scherno - ma l'astuta madre apre la porta centrandomi la fronte con
la punta di una bic mezza masticata. Ha beccato in pieno il terzo occhio,
accecandolo, cosa che mi scatena uno stranissimo inferno nelle budella. Inizio
a sentire come una specie di alien che si dibatte dalla pancia e mi trascina
verso la lavatrice, mi costringe a prendere l'agenda, mi stacca la penna dalla
fronte e mi strizza tra vasca e muro per scrivere seduta stante. Così, di
getto, in automatico, senza potermi opporre. La difficoltà in principio è la
mano troppo lenta, ma in pochi secondi l'impellenza del bisogno alieno la rende
bionica.
Cinque minuti e quarantasette secondi netti, la carta fumante, LaMayla
asciutta. E' nata una scrittrice, penso esterrefatta per quella cosa che ho-non
ho appena fatto. Con un mezzo sorriso a fil di labbra, il primo di secoli,
leggo tutte quelle righe scritte in una grafia sconosciuta e mi accorgo
dell'intoppo. Chi diavolo è il vecchio che ha scritto 'sta roba qua? Mi guardo
attorno circospetta per scovare il senile intruso. Non c'è nessuno, è
impossibile, eppure… Un sospiro ec"Che sfiga" dico, "ho appena
finito di scrivere il mio primo, stupendo racconto e che cazzo scopro?" -
dico con la delicatezza che mi contraddistingueva in quegli anni "Che ho
prestato la mano a un fantasma. Pure vecchio e pure maschio. Chi diavolo sei
nonno scribacchino?"
Non ebbi
risposta a quelle parole pronunciate dopo settimane di silenzio, ma sull'agenda
c'erano quattro pagine fumanti parole. Erano vere.
ilGiGlio
Un fragile raggio di notte scivola timido dalla finestra e mi
consola cospargendomi di pulviscolo nero.
Penso a quante parole muoiono nella gola, soffocate dalla loro
stessa esistenza vitale e mi privano della gioia un po' volgare di dare fiato
ad ogni pensiero.
Così, non posso far altro che ricordare il giorno in cui strappai
il giglio dalla terra per conservarlo sul comodino discreto, quando con stupore
e sdegno mi accorsi che la mia acqua lo aveva fatto seccare, che il bianco
arcano dei petali era sfiorito in un crudele pallore giallo. Ora vorrei tacere
le maldicenze del cuore, lasciare a maggese le fiamme della nostalgia, ma il
rimpianto di essere sopravvissuta al giglio svilisce la gioia del volto cui
dovrò domandare di subire le invettive del tempo, registrare con precisione le
incisioni della memoria a venire.
E salutare con rammarico cupo la consolazione che porta con sé il
bagaglio di purezza che ho dovuto sacrificare in nome della conoscenza.
Quando avrei voluto stringere la beatitudine barocca degl’infiniti
toni del bianco, mi avvolgono soltanto i veli gualciti del feretro che
accompagno alla terra, per ricordarmi come si sporca l’anima nel decorarsi di
lodo, fin quando non sarò sazia e la affiderò alle cure gentili della morte.
Ma non posso, non posso piangere il giglio soltanto per
compiacermi delle perle liquide che avrei voluto posare sulla corolla, e
guardare attraverso gli occhi di un simbolo le vicende e gli accadimenti che
avrebbero inquinato la linfa fino a morirne.
Ho regalato al passato consunto una reliquia rugosa per decorare
la lapide degli inutili giochi che non hanno commosso la gioventù, ma soltanto
steso al vento le frange di deboli e superate sensazioni.
Ho lasciato cadere i rimpianti per un’esistenza fiorita di sterco
e viole, per sacrificare la mente e le vene all’oppio della conoscenza, anche
se sapevo che avrei potuto volare sopra ogni ragionevole pensiero per
sprofondare poco dopo tra i relitti dimenticati di un dolore distillato per
pochi.
Un sigillo appassito ha sindacato il volgere del tempo, offeso
dalla mano che adesso non può restituirlo alla terra se non raschiando una
fossa su misura.
Ma lo sguardo severo e beffardo accompagnerà ogni passo per
ricordarmi il suo dolore, la vita sacrificata per un sogno geloso, un delitto
profano ed insensato nel nome di un possesso ingiustificato, vendicatosi
morendo a dispetto dell’amore.
Il rimorso più grande è il dono del suo fragile sorridermi tra le
labbra della sofferenza, ora che capisco che mai più potrò aspirare al profumo
speziato di divino, mai potrò specchiarmi alla corolla incontaminata perché
sullo stelo della mia anima poggiano annuendo alla luna, cinque petali
orribilmente neri.
