sabato 11 ottobre 2014

Brivi - CAPITOLO 2

CAPITOLO 2 

BRIVI





Ero rimasta talmente turbata dalla possessione alieniana subìta nel bagno di casa dei miei genitori, che poche settimane dopo, esattamente il 17 luglio 1994, per essere certa che nessuno mi scambiasse per un maschio, mi misi su - contro il volere di tutti - un bel paio di tette al silicone, dato che le mie naturali avevano deciso di sporgere dalla gabbia toracica giusto quella manciata di micron, troppo poco per una che era venuta su a Lupin III e Drive In.

La mia crisi di rigetto universale aveva puntato me come bersaglio da annientare, dunque non potevo che rifiutarmi in ogni mia forma, soprattutto quella che non si era mai decisa a prenderne una e quindi, per raggiungere lo scopo, il mio muro di silenzio si era trasformato in un insopportabile muro del pianto. Fu così che per sfinimento ottenni il sospirato consenso e relativo gruzzolo minimilionario, cosa che consentì al chirurgo plastico di trasformarmi in una donna alla seconda, ma più che nel senso della potenza matematica, direi per la nuova taglia di reggiseno, che per mie fantasie alla Tinì Cansino corrispondevano più o meno al gonfiore del brufolo mestruale

Meglio di niente, infatti scopro subito che con le punte arrotondate non sono più costretta a subire i tanto odiati sguardi in caduta libera su un petto che non dava appigli per giustificare la mia inclusione nell'universo femminile. Ho sempre detestato quel mix di stupore, compatimento e voglia di sfottere e devo ammettere che per ben 17 anni di onorato servizio protesico ne ho fatto volentieri a meno. Ma questa è un'altra storia, forse il prossimo libro, che s'intitolerà "Il mio seno andata e ritorno".

Mi dimentico presto sia di Giglio che del suo senile autore perché nel frattempo, ingentilita e rassicurata dalle nuove curve, decido di dedicarmi alla mia vocazione di sempre, il disegno. Impedisco ai miei di bruciare i soldi per la seconda rata universitaria e mi iscrivo agli esami di ammissione per il corso di pittura a Brera. Senza in tasca una lira, senza amici e non potendo prendere il sole, passo tutta l'estate in casa a studiare quei duemila anni di storia dell'arte che a ragioneria non mi hanno insegnato, così arrivo agli esami di settembre che sono carica come una bomba atomica.

Le prove consistevano in: tema, 3 giorni di disegno dal vero con la modella, 3 giorni di progettazione di uno spazio e prova orale. Dopo un paio di settimane d'attesa per la correzione degli elaborati, la segreteria appende i risultati nel corridoio, di fianco all'aula nove. Nuoto nella ressa già immaginandomi in quei corridoi mentre fumo la pipa di Dalì; alla quarta gomitata in faccia decido di arrampicarmi sui dredd di un rasta, emergo dalla folla e sgrano lo sguardo sul primo cognome in ordine alfabetico.
Aglione Daniela Paola: RESPINTA.

Scendo dal treccione pidocchioso e cerco inutilmente un grappolo di conforto tra i tanti pusillanime che, come me, non sono stati ammessi, poi però ci ripenso e li schifo via.

Respinta? Ma stiamo dando i numeri?? Mi gonfio come Godzilla e schizzo a cercare il Direttore dell'Accademia, tale Mario De Filippi. Busso a testate alla porta della direzione, mi piazzo in mezzo alla stanza a piedi larghi e chiedo al filippico di dimostrarmi comecazz'è possibile che io non sia passata agli esami di ammissione. Lui veste alla comunista fighetta anni settanta, cappellaccio e pantaloni di velluto a coste marroni con gilerino di cachemire cremisi e cravatta verdone, camicia bianca e giacca pendant coi pantaloni ma con la chicca delle toppe ai gomiti - nonostante i quarantadue gradi di quel settembre.

Il direttore dalla pipa in bocca (quella che volevo avere io, perdio!) cerca tra le scartoffie, ecco le trova, inizia a blaterare di un mio temino basico, ridicolo, spicciolo, scarnolo, brontolo e anche un po' mammolo, per schifar subito dopo anche e soprattutto la prova con la modella. Oddiiio, quei disegni così cartooneschi e imprecisi, senza forma, senza accento, senza ritmo esssenza tecnica alcunaaa! Avevo sentito bene? Senza tecnica alcuna?? Mi insinuo alle sue spalle e sorsv-sv-sv-sveggiando un buon chianti gli rammento che ho fatto ragioneria e che quindi è buona cosa come il suo fegato con un bel piatto di fave che il mio disegno dal vero sia privo di tecnica! Alle fave aggiungo molte, moltissime rave, tanto che sfinisco a parolate il malcapitato che, esangue, cambia idea e mi ammette a frequentare il mio più grande sogno che si avvera: Brera!



Rinnovo tutto il guardaroba delle mie frequentazioni e tra le nuove conoscenze arriva Dino Donatiello, l'amico a cui tutti avrebbero diritto almeno un giorno nella vita. Dino lo ricordo soprattutto in poche, elettrizzanti occasioni: quando si buttava a fare le flessioni per smaltire il sovraccarico d'ispirazione, quando gorgheggiava De André, quando mi leggeva le sue poesie e quella volta a Pisa, seduto al bar mentre pendeva dalla (corta) sottana di Paola, una bellissima ballerina di flamenco (io reggevo il moccolo).

Ho sempre adorato le poesie di Dino perché hanno la grazia ipnotica del lupo che ti fissa nel buio: sai che colpiranno duro, forse a morte, ma non vuoi fare a meno di restare ancora un attimo under the spell. Su di me ebbero un violento effetto ispiratore, un'immortale overdose di emozioni convulse e condensate che però non sapevano ancora da che parte uscire. Sfortunatamente non avevo, e non ho tutt'oggi, il controllo della mia ispirazione: ero e sono alla mercé di 'sto vecchio che s'impossessa ogni tanto delle mie mani e che allora era preso da ben più ludiche attrazioni. Un esempio su tutti? Carlo Verdone!

Il vegliardo si sganasciava letteralmente dalle risate soprattutto con Bianco Rosso e Verdone, quando poi vedeva Furio, Magda e i figli Anton Giulio a Antonmiricordo mi muoveva le mani come se stessi strizzando due palle di gommapiuma! A questo aggiungo che l'arzilla cariatide ha sempre mostrato tendenze alquanto sporcaccione, difatti mi istigava a fare la guardona di ragazze in compagnia di Dino che, divertitissimo, mi dava delle gran pacche sulle mie povere spalle perennemente lussate, dato il confronto tra il suo metro e novantapassati contro il mio metro e cinquantadue.



Strano ma vero, la combinazione poesie di Dino + Bianco rosso e Verdone + maialità senile erano riuscite a riprodurre la stessa alchimia alieniana di quella volta nel bagno dei miei, quando mia madre mi aveva cecato il terzo occhio. Era un mercoledì pomeriggio di quelli fatali, in bilico tra una settimana che non si decideva né a cominciare davvero ma nemmeno a finire. A mezzogiorno ero già a casa dall'accademia, non avevo voglia di andare in piscina come facevo di solito a quell'ora. Con la bava nel cuore telefono a Dino, che aveva appena finito il turno di notte al Galeazzi (allora faceva l'infermiere), pregandolo di non abbandonarmi in quella mia ributtante apatia.

Rinunciando a dormire passa a prendermi per andare da lui. Per l'ennesima volta lo obbligo a leggermi le sue poesie, poi finisce a terra a fare le solite flessioni, solo una quindicina stavolta per colpa del debito di sonno, che pure gli fa steccare Marinella. Mentre lo osservo piegarsi, dietro la sua nuca vedo il VHS di Bianco rosso e Verdone. Mi fiondo sulla videocassetta lanciandola nel videoregistratore, schiaccio play noncurante di Dino che si rassegna con una coca, mi si siede accanto e tempo un minuto russa come una sega circolare, sordo alle risate che mi faccio assieme a nonno che era giusto arrivato alla scena delle valigie.

Finisce il film e sveglio Dino, chiedendogli di portarmi a casa. Passiamo come sempre da via Clerici, tra la sua Sesto San Giovanni e la mia Bresso, dove vediamo le solite signorine che passeggiano tette al vento. Dino e nonno fischiano un paio di oscenità, dandosi delle gran pacche che a me però gonfiano la spalla sinistra. Arrivata sotto casa lo saluto con un porcatroia che male alla spalla, comunque buonanotte e grazie.

Entro in casa e arriva la fitta alla bocca dello stomaco, nonno ha le fregole, l'urgenza si fa impellente, cerco l'agenda in similpelle ma non la trovo, nonno è passato alle doglie, apro tutti i cassetti contemporaneamente, niente, mi rifugio nello sgabuzzino prima che qualcuno mi veda con quella roba che mi esce dalla pancia e… eccola! Sta sotto la stirella a fare da rialzino isolante. Torno in cameretta, mi butto per terra a pancia in giù, il gomito sinistro conficcato nel parquet a mò di perno, la mano bionica dotata stavolta di penna stilografica (gusti del nonno, temo che un giorno o l'altro sarà la volta del calamaio… mi taglio la mano piuttosto!) per una maggior scioglievolezza del tratto e… VIA! Otto minuti, sette secondi e due decimi, la mano sta per staccarsi dal dolore, c'è puzza di bruciato o di zolfo, chi lo sa, e con una grafia démodé il vecchio mi regala BRIVI (Bivi innestato con Brividi, dice lui), il racconto con il quale nel 2001 avrei poi partecipato, vincendo il primo premio narrativa breve, al concorso nazionale Terre d'Arance.



BRIVI

Ed io mi alzai all’alba

ai primi chiarori

per cavalcare la mia sedia a dondolo

rossa fiammante decappottabile.

Ero felice. Avevo tutta la giornata davanti.

Dietro, la notte, un letto ancora caldo,

un paio di scarpe. Un’abat-jour che

nessuno si era preoccupato di spegnere.

Scaldava maledettamente il letto,

le scarpe e la parte della notte

che confinava con la mia schiena."
(Dino Donatiello)

Rischiava di bruciare tutto.”
..........
O n de vor a c         i titititititì (ma)...
Tititititì (no) o                 nde tititititì ru mo re
De l le o nde                 tititititì vo r a            a aa

Sveglio stavo sognando non ricordo
La sveglia           è l’alba                                maledizione
Sono ancora stanco e ho                       fame                                fame
Perchè alzarmi se no ho voglia
Chi fa fatica a svegliarsi è perchè sa   sa                         di non avere niente di bello
Niente di bello
Niente

Da fare .... come me... ...me      niente di bello.. niente     niente      che bello!
           C’è la lampada accesa come            scalda, lalampada, scalda
Niente di bello                                                     niente che bello, niente bello, lalampada
Niente                                                        niente                    niente...

“ ‘NGIORNO, AMORE”
visto che giornatina                         amore              con la pioggia e              la voglia che ho di lavorare
                                             niente di bello niente
                                                             bello, tornerei a letto

ME NE TORNEREI A LETTO, OGGI”



cosa cosa cosa                 cosacosa                                        cosa?????
L’ultimissima cosa che farei oggi è scoparti caracara
Al mattino poi al mattino                con quelle occhiaie, l’alito. E la pelle cadente e poi poi
                              Sei sempre solo tu
sempre                                                  solo tu sempre                                tu tu
                                                                            sempre sempre sempre solo tu
MAGARI, amore. PIACEREBBE ANCHE A ME, MA POI CI VAI TU DAL MIO CAPO A SPIEGARGLI CHE SONO ARRIVATO TARDI
                                                          sono arrivato tardi troppo tardi
A LAVORO Perchè AVEVO voglia
Bugiardo
DI FARE L’AMORE CON LA MIA BELLA
                           Bella?               Bella?             No, mia cara, non più, non tu non più tu
SIGNORA?”

E il tuo specchio è

l’unica verità

che conosci?

Ma allora che cazzo ti ridi?”
(Dino Donatiello)

Guarda che traffico ogni mattino         uguale
 Uguale                            uguale                                        uguale uguale               ugu ale
Prima seconda , già.                     Frenano.
Rosso.

Pensare, continuare ad esistere continuare
A provarci (gusto) (giusto) giusto, giusto.          Il cervello è incastonato (‘ncastronato, forse)
di pietre opache
una corona falsa           toni spenti.           Gira attorno un centro di gravità irraggiungibile.
Che importa (no?) meglio indossare                       il completo  grigio bigio stile apatia e rimirare di fronte allo specchio le finiture perfette e la straordinaria             vestibilità del capo (il capo)(mò arrivo tardi) fatto su misura.             Tanto il giorno dopo               ci si sveglia ugualmente, pronti                   ad annegare nel caffelatte e scostare la nausea con un gesto abituale e noncurante.

solo un ricciolo di polvere sul gilet. Ci si ravviva un po’ i capelli con un colpetto di spazzola senza neanche più far caso al grumetto di cervello che ci resta attaccato
                                                 ne resta sempre meno
fino a quando la quantità rimasta sulla          testa non è più capace di ragionare sulla quantità rimossa come forfora

Ho lasciato la lampada accesa.

Le spazzole sono arnesi intelligenti e         forse la lampada l’avrà spenta Magda.
Verde.

Non riuscivo

a dimenticarmi che c’era. Sudavo.

Cominciai a cavalcare più forte,

con frenesia. Con impegno.

Accidenti, mi sembrava ad ogni

Oscillazione di spostarmi sempre di più

Verso la luce rovente.”
(Dino Donatiello)

Guarda quella Rossa. Bel viso, mi sta rivolgendo,     bel viso un viso sobrio da donna in carriera su quell’auto fiammante                color sicurezza.                 Chissà la sua vita il suo lavoro e l’uomo            che la fa           urlare in un letto. Desideri.                       Magari la picchia. Magari la picchia e al lei piace, magari Mag dari Magda tu fo g si così. Mag da ri. Magda. Mag da ri è lei a picchiarlo.


Strano, guardare,                                 guardare in faccia un altro e pensare alla sua vita, alla sua vitina di vespa                  alla vita che scorre sulla sua pelle.              Sulla sua.              Quante parole si potrebbero scambiare,                      quante cose, magari tu sei lì che lei ti è vicina e                     Mag da ri domani ti capita in ufficio, al bar, nel letto dei Mag da ri. Eeeh! Mag da ri davvero. 


E Mag da ri ci siamo incrociati al semaforo                                   vent’anni fa, quando la Rossa usciva da scuola,                               con le bretelline rosse e la cartella di Barbi e io che Mag da ri passavo in motorino e la schivavo                 (la schifavo)                 di due centimetri. 

Se immaginavo laRossa cresciutella come adesso,          Mag da ri le compravo il gelato o Mag da ri uscivo già con Magda e ho incrociato la Rossa bambina che usciva da danza...

barattare un po’ di simpatia chissà Mag da ri le sto pure simpatico, adesso
finalmente mi guarda negli occhi

guarda guardami, guardala.


Mi guarda cosa penserà di me                                 un povero vecchio
che sono vecchio,                                un povero vecchietto che va al lavoro senza disdegnare una palpatina d’occhi vorace a qualche bella figliola.......

No! Sorride! Sorride, sorride, gentile, gentile, grazie bella brava figliola figlioletta fighetta
Magari ci sta

Mag da ri è bella, giovane, fresca, Magda.                                                   Eh! Magda perdio, Mag da ri ci sta! Magda, Magda
Sempre Magda                 sempre lei sempre lei sempre lei Magda,                  finché morte non ci separi. Ma non siamo già morti, noi due tra noi due? 

Non siamo già due amanti sepolti sotto una coltre di paranoica apatia, Magda?
                                               Cristo univoco binario


Lei, ma Lei, non tu, lei. Bella Rossa Giovane Sicura. Corpo, Pelle, Seno Giovane Giovane polposo profumato,                profumo di sesso,                     profumo e sesso,                 profumo esse esse o, esse o esse.                                                Essere o non essere?


Le mie mani su di lei su Lei che sorride dall’auto Rossa Fiammante color sicurezza perchè sei bella,                                              bella e io ti tocco dio, io ti tocco, dio se ti tocco, tocco con le mani di Magda
Ho l sc a to l l amp da cc sa.

con le mani di un vecchio, un vecchio che sbava sul seno giovane del proprio desiderio vecchio,                                vecchio sciocco che ormai fa all’amore con l’amore, amore e affetto, amore affetto, malato,                 affetto Magda. 

Ci si stufa anche di amare, amore,              Amore che si trasforma affetto infetto nel migliore dei casi a meno che diventi qualcosa di         peggio peggio                 come amare Magda, odio nausea apatia

sfruttamento?
sfruttamento,               Magda, opportuna      casalinga              Magdina antica
antico          amore                    a mor te o finché morte non ci separi,               finché una Rossa dall’auto                     fiammante color sicurezza non ci                     separo, amore mio.
                                Magda Magda
                                                       Ho las ato l lam da a ces
               Cristo frenafrena frena frena! Stronzo! Col giallo si passa
                                    Si corre, si urla! Al lavoro! Al lavoro! Al lavoro!

............

On. Ronzio (il solito) Bip.
BIP”
Win, invio.
Attendere prego. Attendere, prego. Attendere, stronzo!

io sto qui, i piedi bagnati dallo Stige

a traghettare anime in controluce

io che l’anima l’ho persa

a cercare le parole”
(Dino Donatiello)

Parole, parole che si mordono al coda                 e bagliori              davanti agli occhi.              Grappoli di sangue come spugne.                          Vado alla deriva delle mie stesse meditazioni                          senza raccogliere            nulla a grappoli,                                  freddo freddo                 e solitudine solo a che indirizzo spedire il cuore,              decifrato (defecato) in lettere, non so che pensare e a che serva, poi,                            scavare nella sabbia e buttarsela a manciate in gola.      Capire, capire capire fa male male dolore buio sofferenza,             nausea, sconforto solitudine in                              ginocchio.              Sono in ginocchio davanti alla vita stessa ma               non voglio sentirmi supplicare supplicarla vita a vita avvita.
Che cazzo sei                     e che cosa mi                     succede, poi.
H l to l am d a a.


percorso centinaia di anni luce                 allontanandomi dalle intenzioni,                                     da quello che volevo fare, da quello che avrei voluto fare,                                          da quello che avrei veramente voluto fare,                      buttando il tempo,              perdendo tempo perdere e                   dissolvere ogni cosa                           per restituirla alle origini, origini di che, dio, dio, dio, balle! Tempo            addio addio caro dio ti ho dato                il mio io, ringraziami                    dio io io io rimbalza il pensiero instabile abile    abile      abile     abile.                         Strana lingua l’italiano,                              lingua l l l lin gua lin gua ca sa lin ga                     lin gua ca sa lin gua


Magda


La Rossa sull’auto fiammante                  color sicurezza                e lin gua lun gua lin gua lun gua ca sa lin gua dalla lin gua lun gua lungua        Magda, 

Magda se sapessi, se sapessi, se vedessi, se avessi visto l’altra casa lin gua e il tuo maritino, martirino,            deliziosino, delicatino,                    bavosino bavosino che           guarda le belle fighettine Rosse che guidano macchinine fiammantine e che pensa alle tettine da toccare, ine ine ineee
H la to a mp d cc s
Ho la to la mpad cce sa
Ho las to la ampa a acces
Ho lasciato la lampada accesa!
Ho lasciato la lampada accesa!
Ho lasciato la lampada accesa!!! Cristo santo,
 ho lasciato la lampada accesa!

Brucia tutto la casa i soldi i risparmi i sacrifici                i sacrifici di una vita di Magda, di una vita con Magda! Ho lasciato la lampada accesa e brucia tutto, Magda, Magda
MAGDA!”
telefonare Magda ufficio
2 cinque sette nove 77 otto
rispondi Magda
MAGDA? Amore, SEI TU?
SI’, SI’, ANCH’IO, TANTO.......SENTI STAVO GIUSTO PENSANDO DI CHIEDERTI

Non è che mi lasci fare una scopatina con la Rossa, sai, Lei non è Magda

SE MICA PER CASO HAI SPENTO TU LA LAMPADA CHE HO DIMENTICATO ACCESA SUL MIO COMODINO.....”

AH! NON RICORDI
i ricordi, i ricordi .....
ma come fai a non ricordare vecchia frigida                 se sono passate solo tre ore?
La Rossa se lo sarebbe ricordato,
la Rossa se lo ricorderebbe,
la Rossa l’avrebbe spenta la mia lampada,
la Rossa l’avrebbe spenta con la fica, cara la mia Magda, la Rossa    ossa           ossa 

 
SI’, SI’ CI SONO amore
per la Rossa, perla Rossa
...... VADO A CASA A CONTROLLARE, NON SI SA MAI.....SI’, SI, CIAO. TI CHIAMO DOPO”
ti chiamo, ti chiamo, si che ti amo, chi è che amo,           si che ti chiamo,                che ti che a mo, che ti c...
che anni           di emozionante                               vita coniugale, Magda,                             passata a pagare le rate del mutuo, della casa, cara Magdina bella,                e Mag da ri hai lasciato che vada                          tutto arrosto per colpa della                  lampada accesa


SI’, PRIMA CHE BRUCI QUALCOSA. CERTO. ANCHE IO
perla Rossa nella conchiglia fiammante
.... AMORE: CIAO!”
ho dimenticato la lampada accesa!

Girare chiavi, prima, seconda terza che taglia porterà? La terza              o la quarta?

Ma che mi succede, cosa c’è nella mia testa e cosa c’è               nella testa della gente? 
Stanco.
 Stanco di tutto il lavoro Magda,              la Perla Rossa casa,            ho lasciato la lampada accesa e anni,            anni buttati nel cesso,                         qualcuno sta tirando l’acqua e ho una gran paura di annegare nella mia stessa merda

Scelte sbagliate, scelte obbligate, pensieri troppo                    generici                       alla deriva totale e ho lasciato la lampada accesa, la lampada
La vita si aggrappa ad un pensiero qualsiasi                   nel tentativo di restare a galla. Il pensiero                 sarà quello giusto,                     quello che ti porta                      sulla strada felice della Perla Rossa,                             o sulla strada della vecchia Magda,                       con tutti quei bei                      fiorellini e la famiglia del Mulino Bianco,               no no no                       il pensiero sarà quello che ti caccia in mano                     un’accetta da piantare                        in mezzo                               alla fronte di Magda,                                                             perchè Magda è sempre Magda e non è la Perla Rossa.
Ho lasciato    al lampada accesa,                    la lampada accesa.                                    E devo spegnerla,                              devo assolutamente                    spegnerla,                                                      va spenta s penta, cinque devo spegnere la lampada cinque volte,                                                      così Magda si trasforma nella Perla Rossa e                                   non sarà più Magda. Più.
.......
Girare le chiavi,             nel solito corridoio,                  l’unico posto in cui si può camminare a passo sicuro nonostante il buio è la propria casa a cui ti abitui e ogni angolo segreto diventa oscura certezza,                           certezza tascabile,                                       fino ad odiarlo nello stesso tempo                                non puoi farne a meno.                          Le pareti domestiche                   calzano la tappezzeria che hai                                            disegnato (disdegnato) anche tu.                         Gli artefici della                                commedia chiamata esistenza,                   ingaggiati dal destino,                           pescati nel mucchio                               da una mano ossuta dagli occhi bendati,                dall’olfatto fine. Persino la polvere                       può offendere il passato fino a diventarne complice,             testimone.                 

E adesso allarghi le braccia
a ciò che capita.
Impari la formula del chissenefrega

e infili in valigia i panni di un’intera esistenza.

Aspetti, aspetti, aspetti e riempi.

Abiti nuovi grandi vecchi               colorati                 stretti                 sporchi                    stirati.                            Fino a quando ti recapitano una busta bianca                    con dentro un biglietto.                     Destinazione inferno o paradiso lo scoprirai poi, intanto chiudi la valigia con la solita amarezza segreta di chi                               sta per partire (patire), guardi                                 la porta che non potrà più aprirsi                         (ma non era quella che tanto odiavi?), e con al valigia in mano la sfiori per l’ultima volta in segno di saluto,                                           ciao ciao, che poi è un addio dio sempre tu nella testa, come un tumore ignobile, 
come il dubbio bruciante che tu stesso hai regalato.                                                 Gentile, gentile, come solo un dio può.                                     Ma da dove sono partito. Dal corridoio per finire a dio, o da dio forse.

ACCESA!”
Lo sapevo, e guarda che luce che fa, come ha scaldato attorno, ed è rimasta sola, qui, indisturbata a illuminare una stanza vuota (della stronza vuota) a scaldare oggetti inanimati, inanimali, con un gesto semplice, buono, caparbio, inutile.

Chissà cosa ha              creduto pensato di fare                               col suo gesto, l’unico di cui è capace.                      Sicuramente non pensava alla                           Perla Rossa, forse non la vedrà mai                        perchè anche lei                           ha potuto soltanto veder Magda, sempre e solo Magda,                 poveretta,              sempre sempre, sempre e solo Magda,                              finché morte non vi separi.


Stanza vuota, armadio               , commode,                       letto comodini tappetini, sette bicchierini sette forchettine sette piattini               sette te, sette tette e Biancaneve Rossa su un’auto fiammante color sicurezza.
Brontolo Mammolo Pisolo Eolo
Rantolo
Incubo
Morte,
                            timida, non fare sempre                      la timida,             in coda, paziente,                  cinica, fredda.                                  Con calma aspetta per incrociarti da lontano, magari a un semaforo Rosso,                   su un’auto fiammante color sicurezza, ma lontano,                                     per non lasciarsi contaminare                       dalla vita dalla vita di cui si è irrimediabilmente portatori sani condannati                          probabilmente                                                            a non ammalarsene mai,                     sentirla soltanto. Soltanto perchè la porti a spasso nel sangue. Su e giù, lungo                                                      giorni stanchi di prendersi                              per mano.
Vuoto.
                                                          Illuminato dalla lampada
Che ho dimenticato accesa.

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martedì 2 settembre 2014

Il Giglio - CAPITOLO 1



Questo è un libro, il mio primo libro.

E' rimasto nel casseto molti, moltissimi anni. I primi racconti risalgono addirittura al 1996 o forse prima, e questo tanto per sottolineare che entro di diritto nella categoria "Cariatidi", con tanto di ruga e capello bianco.

 Ho sempre immaginato di cercare un editore e mi sono vista firmare copie davanti a fan ululanti che si strappano ciocche a vicenda per una dedica, arricchendo le mie saccocce e godendo del piacere di essere letta.

Poi l'! settembre 2014, nel battito di un ciglio - la velocità media in cui prendo le più importanti decisioni - ho semplicemente sentito di invertire l'ordine delle mie priorità, cestinando il superfluo. Preferisco regalare ciò che ho scritto affinché possa essere letto e - semmai - gradito.

Soldi e Successo.... che vadano affanculo, per usare un francesismo tipico di noi scrittori scafati. Quelli sono soltanto i surrogati addizionali di un sogno sincero, che un modo di pensare malato si appiccica addosso, solo per darsi un tono di auto approvazione e supposta importanza, e il termine supposta è usato nella sua accezione mediciAnale.
Fatte le pulizie di primavera al comparto "SOGNI E AFFINI", resta il puro desiderio di essere letta e la speranza di far vibrare qualcuno fra voi.

Pubblicherò un capitolo al mese, tanto per esser certa di non annoiare nessuno e poi perché il Marketing vuole che si crei una certa aspettativa, un alone di mistero e di importanza.
Io di aloni sono molto avvezza, la mia lavatrice non ne cancella uno che sia uno, per cui mi sento di garantire il massimo successo!

Suddiviso in 7 capitoli, racconta sette storie racchiuse in una storia.
La storia nella storia è la mia vita, un poco romanzata. I personaggi in essa citati possono essere reali o inventati, non è dato sapere.

Grazie di cuore a tutti coloro che vorranno leggere, accetto commenti e critiche. I suggerimenti no, quelli non li ho mai sopportati. Se vuoi suggerire come dovrei fare qualcosa, falla tu. ^__^


I SEGRETI DEL NULLA

CAPITOLO 1
IL GIGLIO

Il Giglio, capitolo 1 - I segreti del nulla


Mezzogiorno di vuoto, il Milano C.le - Bresso rutta e sfiata spegnendo il motore al capolinea. Fuori dal finestrino, dietro i palazzoni della città dormitorio il cielo è blu asfissia - fa le prove generali per risultare credibile nei mesi a venire - stentando a sorpassare la cappa di smogghete smogghete chough! che ci caramella tutti come una leccata di bava infetta. 

Febbraio 1994, rientro funebre dopo aver tentato l'esame di economia uno alla facoltà di legge cui mi sono misteriosamente iscritta. Nonostante il doping di acutil fosforo sono a malapena riuscita a ricordare il nome. Scendo dall'autobus strisciando verso casa senza neppure badare di aver perso due fermate. Attraverso la Via Vittorio Veneto all'altezza della Standa quando i binari del trenino diapasuonano ai miei pensieri, rimando all'infinito quel che il mio io strillava da mesi, benché avessi fatto di tutto per ignorarlo: Cosa cazzo stai facendo?
 

Sciopero totale, mi areno tra un binario e l'altro. Il tram arriva proprio in quel momento, frenando a una dozzina di centimetri dalle mie rotule. Il conducente idrofobo ulula una sinfonia d'insulti mentre il treno, verme solidale, mi addita col suo tu- tuuuuuu. Ottenebrato dalla mia totale assenza di reazione fisica e morale il conducente scende per calciarmi sul marciapiede. Una volta traghettata sulla sponda dell'Inferno sfancùlio il dimonio urbano, reo di avermi sciacquata dallo Stige dei miei pensieri.
Dopo Caronte smetto di parlare. Definitivamente.


Mi trascino apatica ed afona per giorni e giorni tra gli inutili tentativi dei miei, verso i quali il rapporto si limitava alla soglia che precede la trasparenza. La mia faccia pareva quella di Dracula digiuno, non sapevo che farmene di me stessa, nulla mi dava il benché minimo stimolo o senso di appartenenza, per questo passavo giornate intere al parchetto sotto casa col mio cane, le chiappe termofuse all'altalena, pendolando con lo sguardo brioso dell'orata al sale. LaMayla si rotolava nell'erba mentre io sguazzavo nella corteccia cerebrale senza nemmeno un bracciolo di salvataggio.
 
La paranoia universale era alle porte, anzi, al porto, dove io approdai con la sfacciata felicità della turista appena sbarcata sull'isola che non c'è. Nella mia di isola, invece, c'era tutto il necessaire per cadere nelle smaliziate trappole del cervello: la casa dei genitori stregata, la ruota paranoiamica, la pesca sadica e, naturalmente, il calcinculo in versione dalli da te; insomma, il luna dark perfetto per sballare. Ed io sballai, Dio se sballai.




Quello strano giorno pioveva a dirotto ma rimasi al parco fino a quando mi ridussi zuppa e irrequieta come un savoiardo nel caffè, LaMayla stoicamente al fianco, fradicia fino al midollo. A quel punto fui disponibile a bussare al campanello di casa. Mia madre ci squadrò alquanto irritata, piantandoci a scolare sullo zerbino. Era andata a prendere una vecchia agenda, di quelle in vera finta pelle, di quelle che una volta ti regalava la banca, ne strappò vari fogli per tracciare un percorso uscio-bagno lungo il quale ci frustò con lingue di scottex, per anticipare eventuali gocce ribelli.



Una volta in bagno mi ringhia di lasciarlo pulito come mastro lindo insegna, ma prima di sbattere la porta lancia l'agenda sulla lavatrice e con tono sarcastico: "Dato che non parli più con nessuno, puoi pure scriverci sopra il tuo testamento perché se trovo anche solo una virgola fuori posto..." e se ne va lasciando la minaccia in sospeso. Manca la penna - penso per scherno - ma l'astuta madre apre la porta centrandomi la fronte con la punta di una bic mezza masticata. Ha beccato in pieno il terzo occhio, accecandolo, cosa che mi scatena uno stranissimo inferno nelle budella. Inizio a sentire come una specie di alien che si dibatte dalla pancia e mi trascina verso la lavatrice, mi costringe a prendere l'agenda, mi stacca la penna dalla fronte e mi strizza tra vasca e muro per scrivere seduta stante. Così, di getto, in automatico, senza potermi opporre. La difficoltà in principio è la mano troppo lenta, ma in pochi secondi l'impellenza del bisogno alieno la rende bionica.
 
Cinque minuti e quarantasette secondi netti, la carta fumante, LaMayla asciutta. E' nata una scrittrice, penso esterrefatta per quella cosa che ho-non ho appena fatto. Con un mezzo sorriso a fil di labbra, il primo di secoli, leggo tutte quelle righe scritte in una grafia sconosciuta e mi accorgo dell'intoppo. Chi diavolo è il vecchio che ha scritto 'sta roba qua? Mi guardo attorno circospetta per scovare il senile intruso. Non c'è nessuno, è impossibile, eppure… Un sospiro ec"Che sfiga" dico, "ho appena finito di scrivere il mio primo, stupendo racconto e che cazzo scopro?" - dico con la delicatezza che mi contraddistingueva in quegli anni "Che ho prestato la mano a un fantasma. Pure vecchio e pure maschio. Chi diavolo sei nonno scribacchino?"
 
Non ebbi risposta a quelle parole pronunciate dopo settimane di silenzio, ma sull'agenda c'erano quattro pagine fumanti parole. Erano vere.





ilGiGlio


   Un fragile raggio di notte scivola timido dalla finestra e mi consola cospargendomi di pulviscolo nero.


Penso a quante parole muoiono nella gola, soffocate dalla loro stessa esistenza vitale e mi privano della gioia un po' volgare di dare fiato ad ogni pensiero.




Così, non posso far altro che ricordare il giorno in cui strappai il giglio dalla terra per conservarlo sul comodino discreto, quando con stupore e sdegno mi accorsi che la mia acqua lo aveva fatto seccare, che il bianco arcano dei petali era sfiorito in un crudele pallore giallo. Ora vorrei tacere le maldicenze del cuore, lasciare a maggese le fiamme della nostalgia, ma il rimpianto di essere sopravvissuta al giglio svilisce la gioia del volto cui dovrò domandare di subire le invettive del tempo, registrare con precisione le incisioni della memoria a venire.



E salutare con rammarico cupo la consolazione che porta con sé il bagaglio di purezza che ho dovuto sacrificare in nome della conoscenza.
Quando avrei voluto stringere la beatitudine barocca degl’infiniti toni del bianco, mi avvolgono soltanto i veli gualciti del feretro che accompagno alla terra, per ricordarmi come si sporca l’anima nel decorarsi di lodo, fin quando non sarò sazia e la affiderò alle cure gentili della morte.


Ma non posso, non posso piangere il giglio soltanto per compiacermi delle perle liquide che avrei voluto posare sulla corolla, e guardare attraverso gli occhi di un simbolo le vicende e gli accadimenti che avrebbero inquinato la linfa fino a morirne.
Ho regalato al passato consunto una reliquia rugosa per decorare la lapide degli inutili giochi che non hanno commosso la gioventù, ma soltanto steso al vento le frange di deboli e superate sensazioni.

Ho lasciato cadere i rimpianti per un’esistenza fiorita di sterco e viole, per sacrificare la mente e le vene all’oppio della conoscenza, anche se sapevo che avrei potuto volare sopra ogni ragionevole pensiero per sprofondare poco dopo tra i relitti dimenticati di un dolore distillato per pochi.

Un sigillo appassito ha sindacato il volgere del tempo, offeso dalla mano che adesso non può restituirlo alla terra se non raschiando una fossa su misura.
Ma lo sguardo severo e beffardo accompagnerà ogni passo per ricordarmi il suo dolore, la vita sacrificata per un sogno geloso, un delitto profano ed insensato nel nome di un possesso ingiustificato, vendicatosi morendo a dispetto dell’amore.

Il rimorso più grande è il dono del suo fragile sorridermi tra le labbra della sofferenza, ora che capisco che mai più potrò aspirare al profumo speziato di divino, mai potrò specchiarmi alla corolla incontaminata perché sullo stelo della mia anima poggiano annuendo alla luna, cinque petali orribilmente neri.